IV DOMENICA DI AVVENTO

Dal Vangelo secondo Luca (1, 39-48)

39 In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».

 

Gesù Figlio di Maria

Un proverbio berbero (ricordiamo che Sant’Agostino era un berbero) ci aiuta nella riflessione: «Se una donna ha nel grembo un figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il vento caldo, è come un’oasi per l’assetato, come un tempio per chi vuole pregare».

Oggi la Parola di Dio ci pone dinnanzi due personaggi centrali e fondamentali della nostra Salvezza: Maria e Gesù, da lei donato all’umanità. Dice Dante Alighieri: «Nel ventre tuo si raccese l’amore per lo cui caldo ne l’eterna pace così, è germinato questo fiore». La Madonna non ha prestato solo a Dio la sua carne per fare di Gesù uno di noi, un figlio dell’umanità, ma ha dato il suo totale contributo di amore, perché si stampasse in lei un atteggiamento di donazione di sé, di altruismo, di dedizione, che poi sarà il filo conduttore della vita di Gesù. Lei è dimora vivente di Dio tra di noi. Se quel concetto dei Berberi, cioè che il ventre di una futura madre, di qualsiasi madre, è «Come un tempio per chi vuole pregare», quanto più questo vale per Maria. E non perché lei potesse accampare dei meriti davanti a Dio, ma perché il Signore «Ha guardato all’umiltà della sua serva», perché proprio quando ha visto la sua kènosi (anche per lei può valere ciò che vale per Gesù) Dio l’ha privilegiata di fronte a tutte le altre donne. Il suo merito è il suo nulla per fare spazio a Dio.

Davvero in lei Gesù è nato da una donna, davvero la sua carne umana è stata impastata da Dio per rendere Gesù figlio dell’uomo. In un periodo in cui per la straordinarietà dell’avvenimento gli uomini pensavano che solo apparentemente Gesù avesse preso la vita umana (il docetismo), sia San Giovanni Evangelista (ancora vivente), sia uno dei primi e radicali testimoni di Gesù, Sant’Ignazio di Antiochia, ribadirono perfettamente la verità del fatto.

 

Riportiamo i loro scritti: «Vi annunciamo ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto, con i nostri occhi ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato (in latino: contrectaverunt) ossia il verbo della vita». E Sant’Ignazio nella lettera ai Trallesi (numero 9) «…Gesù Cristo della stirpe di Davide, Figlio di Maria che realmente nacque, mangiò e bevve. Egli realmente fu perseguitato sotto Ponzio (Pilato), realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi. Egli realmente risuscitò dai morti perché lo risuscitò il Padre Suo e similmente risusciterà in Gesù Cristo anche noi che crediamo in lui». Siamo tra il 107 e 110 dopo Cristo.

Tertulliano in modo concreto e pure realistico (perché noi magari inconsciamente pensiamo che Gesù ha salvato solo la nostra anima) afferma: caro salutis est cardo, cioè la carne, la sua corporeità è cardine della Salvezza. Il Logos divino, Gesù, Figlio di Dio, si è unito alla carne della nostra vita, della nostra terra, tanto che non horruit Virginis uterum.

Non ci sono due strade per salvarci: una verso Dio e una verso l’uomo. Tutte le vie di Dio, che non si vede, convergono verso l’umanità: la corporeità che si vede e si tocca. È la carne, cioè ciò che si vede e si tocca, che ci dà la Salvezza; è la dedizione totale di Gesù a questa povera umanità «Un corpo mi hai preparato[…]allora ho detto ecco io vengo, perché di me sta scritto sul rotolo del libro, per fare, oh Dio, la tua volontà». (Eb 10, 5-7). Quell’offerta del suo corpo ci ha redenti e ci ha salvati: è  «Nel sangue di Cristo» che noi siamo stati redenti. (Cfr. Tertulliano De Carnis Resurrectione 8,3).

Ora cosa comporta per noi oggi tutto ciò? Gesù è entrato nella storia dell’umanità come Dio perché non ha lasciato (non poteva lasciare) quel che è dall’eternità. Ma è stato tra di noi come uomo. Anzi proprio in forza della sua divinità è più pienamente uomo assumendo dell’umanità tutti gli aspetti, i valori, le capacità, ma anche la totale debolezza, tranne il peccato. Vediamone i tanti aspetti che ci riporta il Vangelo: Egli ha fame e sete (Mt 4, 2; 21-18/Gv 4, 7;19-28) anzi nel discorso con la Samaritana si dice esplicitamente «Stanco per il viaggio» perché camminava dalla Galilea alla Giudea, a piedi, senza fermarsi mai (4, 6). Ha degli amici (Marta, Maria, Lazzaro, la Maddalena, gli Apostoli tra cui Giuda), piange per la morte di Lazzaro (Gv 11, 35) e per la distruzione futura di Gerusalemme, ha compassione delle folle (Mt 10, 36) ed esprime la sua gioia quando constata l’amore del Padre. Avvicina tutti gli uomini, specialmente i peccatori (Zaccheo, Levi, la peccatrice, l’adultera) e insegna il perdono. Nella sofferenza e nel dolore dimostra il suo abbandono al Padre, cogliendo in questi aspetti, la grandezza della sua umanità. Come «Dio con noi» è entrato nella storia sociale e personale dell’uomo aggregandolo alla sua Persona rendendolo “dignitoso” come Lui, figlio di Dio come Lui, erede del Cielo, come Lui. Questo in tutte le dimensioni della persona: bambino nella mangiatoia, adolescente a Nazareth, adulto nella vita della Palestina, significato ed espressione di tutte le vie del mondo.

Al nostro posto, Elisabetta ha tessuto gli elogi di Maria, sintesi ed espressione di tutta l’umanità che, a nome nostro, ha parlato e ha colpito nel segno dicendo ciò che lei è veramente:

«È la madre del mio Signore»; lei è davvero «Il tempio di Dio».

«È colei che ha adempiuto le parole del Signore» colei che ha ricevuto lo Spirito Santo, senza opporle resistenza.

«È colei che conserva tutte queste cose meditandole in cuor suo».

«È  colei che ha portato nel suo grembo Gesù e lo ha allattato e nutrito, ma anche colei che ha ascoltato la Parola di Dio e l’ha osservata».

Tra le icone più suggestive dell’Oriente che riguardano la Madonna, ce n’è una chiamata odighìtria, cioè Maria «Che indica la via»: quella degli uomini che spesso nella loro esistenza buia non sanno quale strada debbono percorrere, e quella di Dio, già percorsa da lei nel dono di sé. Nell’amore, nella fede.

Permettetemi che io concluda con un pensiero personale: quando nel mondo accadono tragedie e sembra che la speranza sta per sparire, mi viene dal profondo del cuore, una certezza: «Nonostante tutto, questo mondo è abitato da Dio. E se lui sta in mezzo a noi, con noi, non dobbiamo aver aura di niente perché c’è sempre una fiaccola accesa che illumina i nostri passi e i nostri pensieri».        

Riflessione di Don Franco Proietto

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