Rientrare nel cuore paterno-materno di Dio

di Luigi Crescenzi, seminarista del VI anno

La Parola di Dio di domenica scorsa ci presenta la “Parabola del Padre Misericordioso” (Lc 15, 11-32), comunemente chiamata “Parabola del figliuol prodigo”. I protagonisti sono un Padre, che ama incondizionatamente, e i suoi due figli. Il figlio minore pretende dal padre la sua parte di eredità; una volta ottenuta prende tutto (ma non la cosa più importante, l’amore del Padre) e si allontana mentre il figlio maggiore è stato sempre accanto al Padre e questi non gli ha concesso mai un capretto per fare festa con i suoi amici. Questi due figli vogliono rappresentare il figlio peccatore e il figlio giusto, ma il Padre riconosce tutti come figli! Questo avviene anche nelle nostre famiglie, quanti giovani si allontanano perché si sentono stretti, perché si sentono soffocare dai genitori, perché non riescono ad affrontare una situazione familiare… ma nulla toglie che un genitore ami il proprio figlio! Così il figlio minore si allontana con tutta la sua parte di eredità (pensando di avere tutto) – questo figlio minore è idolatra, mette al centro della propria vita se stesso e di ciò che gli sta attorno non gli interessa perché egli basta a se stesso! Dunque, arriva a spendere il denaro nelle dissipazioni e rimane senza nulla, arriva al punto di essere un guardiano di maiali e di mangiare le stesse cose che mangiano questi animali; in questa situazione pensa al Padre, diventa nostalgico! Ma che cosa è la nostalgia? E’ il dolore del ritorno; è un dolore che conosce e indica la strada per trovare la pace, e cresce in proporzione alla lontananza. Così il figlio decide di ritornare dal padre e quando ancora il figlio minore era lontano il Padre lo riesce a vedere, perché lo vede con gli occhi del cuore, e «si commosse» (Lc 15,20). Questo verbo in greco fa riferimento ad una realtà interiore, viscerale! La commozione indica l’aspetto materno della paternità di Dio. Il legame che una madre ha col bambino è sconosciuto al padre, proprio per la sua visceralità: è un amore gratuito, non frutto di merito, si dà e basta! Quindi la paternità di Dio di per sè viene dopo la sua maternità. Tale è la gioia per il figlio minore ritornato che il Padre fa imbandire la tavola, fa uccidere il vitello grasso, gli fa indossare le vesti più belle e l’anello; il banchetto è un chiaro riferimento alla Pasqua, quando Gesù mangia con i suoi discepoli e dice: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22,15). Ma mentre dentro casa si stava festeggiando il ritorno del figlio minore, fuori il fratello maggiore ascolta le sinfonie e le danze, ma non capisce cosa stia succedendo. Chiede ad un garzone e questi gli risponde che si sta facendo festa perché il fratello è ritornato. E così «si adirò» (Lc 15, 28); da notare come dagli occhi può venire commozione ma anche ira. Dipende dagli occhi con i quali si guarda la realtà! Secondo il fratello maggiore il Padre doveva allontanare per sempre il figlio minore, invece «il Padre non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva» (Ez 18,23). Qui si gioca il tutto su un conflitto di interessi materiali, un conflitto che si barcamena tra giustizia e misericordia. La giustizia dal punto di vista cristiano non è come dal punto di vista civile, per la quale attraverso un processo riesco ad ottenere che valga la mia ragione, la “mia” giustizia; la giustizia divina invece non vuole la morte fisica (o punizione) ma una morte morale dell’altro in quanto si ravveda di ciò che ha causato per rimettersi in comunione con Dio, con se stesso e gli altri! Il Padre esclama nei confronti del figlio maggiore: «Figlio!» (Lc 15,31) perché gli vuol ricordare che lui lo ha generato e lo consola, mostrandogli che necessariamente lo ama, perché frutto delle sue viscere. Così il Padre è riuscito, nel suo Amore, a fare una grande festa tra i due figli e anche per noi sarà festa senza fine intorno all’Eucaristia. «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). In questo anno giubilare cerchiamo di compiere un cammino di conversione autentica, riconoscendo il Signore come centro della nostra vita, e non noi stessi, perché quando un giorno staremo faccia a faccia col Padre potrà dirci: «Ecco mio figlio!»; perdoniamo perché solo con questo passo coraggioso sapremo testimoniare chi è Cristo ed infine, rientrati nel cuore paterno-materno di Dio, sappiamo trasmetterne qualche battito a chi ci sta accanto!

Buona Quaresima!

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