FRANCESCO VA’, RIPARA LA MIA CHIESA

Fissiamo il nostro sguardo lì, dove la voce della “chiamata” ci raggiunge, ci colpisce il cuore come freccia infuocata dell’amore divino, che tutto cambia, trasforma e rende nuovo. Proprio così è stato per Francesco nell’incontro con il Crocifisso di San Damiano.
Era già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando un giorno passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso – cosa da sempre inaudita! – l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto, gli parla movendo le labbra. “Francesco, – gli dice chiamandolo per nome – va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”.
Continuando la lettura si comprende che in questo momento nella vita di San Francesco c’è una partecipazione interiore alla Passione di Cristo, partecipazione che anticipa ciò che avverrà sul monte della Verna con il segno esteriore, oltre che interiore, delle sacre stigmate. O come leggiamo in un altro passo delle Fonti Francescane:
Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restaurala per me». Tremante e stupefatto, rispose: «Lo farò volentieri, Signore». Egli però aveva inteso che si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole fu colmato di tanta gioia e inondato da tanta luce, che egli sentì nell’anima ch’era stato veramente il Cristo crocifisso a parlare con lui. … Dopo la detta visione e le parole dell’immagine del Crocifisso, Francesco si conformò sempre alla passione di Cristo fino alla morte.
Quella voce interiore che gli sussurra: “Va’ e ripara la mia casa che è tutta in rovina” rimarrà sempre come richiamo costante nella vita di Francesco, divenendo faro luminoso del suo carisma, anche per chi ha voluto, e vuole nell’oggi, seguire le sue orme. Questa chiamata a una sequela più radicale di Cristo, questo richiamo interiore, che nasce da dentro è in ogni discepolo del Signore. Si tratta di un richiamo che porta in sé, in germe, tutta la potenza della storia di un vissuto che si va “srotolando” giorno dopo giorno, tra luci ed ombre, tra slanci e rallentamenti, tra cadute e riprese. L’amore alla “Casa di Dio”, alla Chiesa, alla missione affidata, all’opera da realizzare, alla propria storia vocazionale, passa sempre attraverso le “feritoie” della croce, che ci introducono a gustare la luce della risurrezione, della gioia, della felicità duratura.
La passione di Cristo, che Francesco contempla nel Crocifisso di San Damiano e nell’esperienza mistica del dono delle stigmate sul monte della Verna, è un evento che imprime, con il fuoco dello Spirito Santo, un sigillo d’amore nel suo cuore. È l’innamoramento a cui occorre dare consistenza, continuità e stabilità nel tempo, affinché il progetto di Dio si realizzi a beneficio di tutta l’umanità e lasci una “scuola di spiritualità” da seguire, divenendo per noi esempio che contagia e incammina sulla via del bene, che accende in noi il desiderio di testimoniare con la vita un’adesione a Cristo vibrante, viva e attraente, non stanca e rassegnata, imprigionata nella routine del quotidiano, calamitata dalle mode del momento, indebolita dall’isolamento paralizzante dei social o dall’uso poco sano del web che pian piano, senza che neanche ce ne accorgiamo, spegne il bisogno di vicinanza, la prossimità, la voglia di fraternità e sororità.
Il fuoco che mantiene accesa in San Francesco la sua sequela appassionata e fruttuosa è caratterizzato dalla fiducia sconfinata nella misericordia di Dio e dalla pratica dell’umiltà. La misericordia e l’umiltà sono i due cardini della spiritualità francescana, che si esprimono nel desiderio di voler essere minore, piccolo, nudo, totalmente abbandonato in Dio e nella sua Divina Provvidenza. Misericordia e umiltà, di cui “madonna povertà” è la conseguenza, sono le fondamenta dell’edificio spirituale della vita di San Francesco e dei suoi, che confluiscono nel saluto francescano “pace e bene”, parole cariche di fiducia nel Signore e rappresentate da una vita umile nel corpo e nello spirito.
In questo anno giubilare (10 gennaio 2026 – 10 gennaio 2027) dedicato a San Francesco, che papa Leone XIV ha voluto indire per commemorare l’ottavo centenario della morte del Poverello di Assisi, riscopriamo la bellezza di questa figura carismatica figlia della fine del Medioevo (1181-1228) eppure così attuale, vicina a noi, che ci insegna ad andare controcorrente, per essere fedeli fino in fondo a Cristo e al suo Vangelo.
Come tutti i santi, anche Francesco è figlio del suo tempo, inserito nella continuità storica del mondo in cui è cresciuto ed è vissuto; ma è allo stesso modo in discontinuità con il suo tempo, poiché è una voce profetica, rivoluzionaria e rinnovatrice che ancora oggi parla e sprona ad essere fedeli alla vocazione ricevuta, quella che Dio ha messo nel nostro cuore e nelle nostre mani, per realizzare il disegno di santità che Lui, il Signore del tempo e della storia, ha pensato per ognuno di noi.
Una vocazione che va custodita, difesa, amata come tesoro prezioso, guardando alla santità di Francesco e di tanti altri che, come tali, sono consegnati a noi dalla Chiesa per riconoscere in essi un bene universale da cui attingere per ricevere quell’insegnamento e quell’illuminazione di cui abbiamo bisogno. Anche noi vogliamo percorrere il nostro pellegrinaggio di fede verso Assisi, per custodire quel “frammento” della spiritualità francescana che più parla al nostro cuore e ci anima nell’agire apostolico e missionario. Ci lasciamo guidare dalla semplicità e dall’umiltà del Serafico di Assisi e dalle parole che rivolge al compagno e amico frate Leone:
Sappi, frate pecorella di Gesù Cristo …
Chi sei tu, o dolcissimo Iddio mio?, allora ero io in un lume di contemplazione,
nel quale io vedea l’abisso della infinita bontà e sapienza e potenza di Dio;
e quando io dicea: Che sono io?, io ero in lume di contemplazione,
nel quale io vedea il profondo lagrimoso della mia viltà e miseria,
e però dicea: Chi se’ tu, Signore d’infinita bontà e sapienza e potenza,
che degni di visitare me che sono un vile vermine e abbominevole?…
m’inginocchiai tre volte, e benedissi e ringraziai Iddio,
il quale m’avea dato che offerere.
Ed immantanente mi fu dato a intendere che quelle tre
offerte significavano la santa obbidienza, l’altissima povertà e
la spendidissima castità, le quali Iddio, per la sua grazia,
m’ha conceduto d’osservare
sì perfettamente che di nulla mi riprende la coscienza.
Grazie Francesco del tuo esempio. Donaci di farne tesoro per rendere più bella la nostra vita amando Cristo e la Chiesa, per trovare in essi la nostra casa, il nostro porto sicuro, la nostra vera sapienza, la forza del nostro andare, sapendo che tutto ci è donato da Dio e nulla possiamo senza di Lui.
prof. Patrizia Piva