XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Dal libro del profeta Abacuc (Ab 1,2-3;2,2-4)

Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese.Il Signore rispose e mi disse: «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà.Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,5-10)

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Contrarietà, sofferenze, dolore, violenze (1a lettura), mali del corpo, della psiche, dello spirito: perché?

La fede ci dice che noi potremmo sconvolgere il mondo perfino rovesciando il corso naturale delle cose (Vangelo) ma davvero è una risposta adeguata al nostro desiderio di star bene, in salute, in pace dentro e fuori di noi?

In sintesi, ci dice il profeta Abacuc, «soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede». Eppure è sotto gli occhi di tutti che il male investe i buoni e i cattivi, che crede in Dio e chi lo disprezza. Anzi, lo scandalo per la mente umana è dato proprio da questo: perfino l’innocente, il bambino che non ha fatto male a nessuno, subisce il male.

Penso che il primo passo da fare sia quello di riconoscere la condizione umana nella sua verità, non nel desiderio o nell’illusione. I filosofi una volta chiamavano questa condizione “male metafisico”, cioè si riconosce all’uomo, nella sua essenza, il limite, la precarietà, la vulnerabilità. L’uomo è così: può essere ferito, può subire violenze, può avere un incidente stradale: è questo perché è uomo, non perché crede o non crede, non perché è ricco o povero, non perché prega o bestemmia. È un fatto: la violenza subita, la malattia che colpisce, è ineliminabile dalla vita dell’uomo. Poi dal fatto, cerchiamo di trovare, magari per tentativi, le ragioni, le soluzioni.

Ci sono modi diversi per affrontare le avversità della vita, che poi, a ben pensarci, hanno non pochi elementi positivi. Ammesso che dolore, sofferenza, angosce e contrarietà in ogni genere sono parte integrante della persona umana, esse, per più ragioni, ci aiutano a capire più profondamente la vita, dandocene maggiori spiegazioni, in spazi inesplorati. L’uomo, assimilando da cristiano il male nella sua vita, matura prima degli altri, perché conosce meglio un settore dell’esistenza a cui sarebbe diversamente estraneo per sempre. Da un punto di vista sociale poi lo lega maggiormente ai fratelli che soffrono e tale condivisione diventa un motivo maggiore per rafforzare la crescita in umanizzazione, quasi per una difesa comune contro un avversario comune: dolore, sofferenza e la stessa morte.

Però nemmeno la consapevolezza e la condivisione di un male comune può dare ragione profonda delle avversità dell’esistenza umana. Il nostro fratello-uomo ci potrà dare il suo affetto, il suo amore, la sua disponibilità ma – essendo limite, strutturalmente, come noi – non potrà darci soluzioni che vadano oltre quelle circoscritte alla stessa umanità. C’è bisogno di sconfinare in ideali, valori, persone che rispondono alle richieste più profonde della vita umana, cioè le risposte di senso al dolore e al male.

La psicologia e la stessa filosofia sono impari ad una risposta esaustiva alle più difficili problematiche umane. Bisogna chiamare in causa il trascendente, la religione, un Essere che dia spiegazioni idonee al soffrire della persona altrimenti davvero la vita sarebbe assurda (cfr. Camus e i tanti esistenzialisti atei).

Le letture di oggi ci mettono in campo la fede, precisamente fede in Gesù, anche Lui “homo patients” che ha conosciuto il patire, che ha scelto il suo dolore come significato al dolore umano di cui ne è paradigma. Se, come dicono Einstein e Wittgenstein, la spiegazione del mondo e di quanti lo abitano è fuori dal mondo, noi sappiamo che Gesù in un certo senso fuori del mondo come Dio, ha di più di essere nel mondo come uomo, vivendone tutti gli aspetti, in primis il dolore, sofferenze e morte perché proprio con queste ha salvato l’umanità.

Noi suoi seguaci, ne percorriamo le stesse orme: poiché noi siamo chiamati, come suoi seguaci, a dare significato prima alle nostre croci e poi a quelle degli altri. La fede in Lui non è solo teorica scelta di campo (“Io sto con Gesù”), ma esistenziale comportamento cristiano, cioè di un altro Cristo che attualizza la sua passione nella Terra oggi qui. Questa non è poesia ma realtà. Quando il dolore lacera le nostre carni disorienta la nostra psiche o tutto il nostro spirito, è tempo di chiederci: “Lui come avrebbe agito al mio posto?”

Se davvero ognuno di noi deve completare nel proprio dolore, ciò che manca alla Passione di Cristo, siamo disposti a bere il calice che Lui ha bevuto? Noi non sappiamo quale e quanto sarà il peso della nostra sofferenza, sappiamo però che il peso è leggero se sopportato con Lui. Come l’umanità ha bisogno di persone disposte a portare la Parola di Dio in ogni luogo, così ha bisogno di cirenei che portano la croce dove Lui, in ogni uomo, soffre. Perché potrebbe accadere che se tali “sostanziali incidenti di percorso” non venissero fatti confluire in Gesù uomo del dolore, potremmo far crescere un uomo – peggio se un seminarista – che camminerebbe su due vie parallele: da una parte la contemplazione di Gesù, dall’altra una vita vissuta con Lui quando le cose vanno bene e senza di Lui quando le cose vanno male.

Autore dell'articolo: Redazione