V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO|C|-Seconda Lettura

1Cor 15,1-15:

15,1 Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi 2e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!3A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che 4fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture 5e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.

6In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9Io, infatti, sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto. 12Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? 13Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! 14Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. 15Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo mentre di fatto non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono

I Corinzi avevano manifestato a Paolo due obiezioni: 1) non c’è la risurrezione dei morti (v. 12); e: 2) quale sarebbe stata la modalità della risurrezione?

    A noi ora interessa dare una risposta alla prima difficoltà posta dagli abitanti di Corinto, e che Paolo espone in questo modo: «Se si predica che Cristo è risuscitato dai morti [questo è “il Vangelo” di Paolo!] come possono dire alcuni tra voi che non esiste la risurrezione dei morti? Se non esiste la risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato…» (15,12-13).

    Gli argomenti che Paolo porta sono di fede e desunti da fatti, cioè da ciò che lui stesso ha ricevuto dalla comunità cristiana. In realtà, Paolo non fa altro che trasmettere ai Corinzi ciò che lui ha ricevuto dalla comunità dei credenti. È la formula di fede che, al tempo in cui Paolo scriveva, risaliva sì e no a cinque anni dalla morte di Gesù, ed è quasi certamente la più antica formula di questa trasmissione di fede!

    Questo dare ciò che uno ha ricevuto costituisce la tradizione (espressa in greco con i verbi paradidōmi e paralambanō), cioè il passare da una mano all’altra, di generazione in generazione, il contenuto della fede. Tale contenuto è sintetizzato con quattro verbi, che sono presentati come fatti e sono accoppiati: 1) morte e sepoltura; 2) risurrezione e apparizioni (a Cefa e poi ad altri). Questi fatti sono l’essenza del Vangelo: il nucleo della professione di fede della Chiesa primitiva. Se ne mancasse uno solo dei quattro, dovremmo avere seri problemi nell’accettare l’autenticità della fede in Gesù (per esempio: se Gesù non è morto, allora non può risorgere; se non è risorto, le apparizioni sarebbero una semplice continuità della sua vita terrena). E Paolo riporta tutta una serie di persone che possono testimoniare la solidità dei fatti e conseguentemente la veridicità di essi e della nostra fede nella risurrezione che, perciò, ha un fondamento nella realtà. Lui sa che se questo contenuto centrale del Vangelo non ci fosse, o fosse falso, crollerebbe tutta l’impalcatura del cristianesimo.

    Seguiamone l’argomentazione:

    1) Protasi: se non si dà la risurrezione dei morti (cioè se si nega la risurrezione in sé);

        Apodosi: (allora) neppure Cristo è stato risuscitato;

    2) Protasi: ma se Cristo non è stato risuscitato

  1. a) è vano anche il nostro annuncio;
  2. b) inutile anche la nostra fede;
  3. c) noi saremmo falsi testimoni di Dio.

    Andiamo con ordine.

    Nei vv. 1-3, Paolo manifesta la sua volontà, vuol fare presente (il verbo gnōrizō) quel Vangelo che ha annunciato e che anche i Corinzi hanno già accolto, nel quale sono saldi. Lui non fa altro che trasmettere, come un passamano, il Vangelo che ha ricevuto, cioè che Cristo è morto per i nostri peccati e che fu sepolto (in greco: [Giuseppe] katethēken auton en mnēmeioi; «lo depose nel sepolcro», Mc 15,4633). Proprio per aver ricevuto questo Vangelo, i Corinzi sono ora sulla via della salvezza (il verbo izesthe).

    Sul verbo «morì» non ci sono contestazioni. È invece rilevante l’espressione «e fu sepolto». È vero che già nell’Antica Alleanza si trova come cliché narrativo tipicamente giudaico: per esempio Gen 35,19 dice che Rachele «morì e fu sepolta». Anche nel Nuovo Testamento si dice del ricco epulone che «morì e fu sepolto» (Lc 16,22) e Atti 2,29 ricordano Davide che «morì e fu sepolto».

    Di Gesù non ci sarebbe dovuta essere l’ovvietà, perché la sorte dei condannati sulla croce era segnata da una brutalità selvaggia: o 1) venivano letteralmente scarnificati dagli avvoltoi del cielo; o 2) erano messi nelle fosse comuni e sbranati dai cani.

    A Gesù non solo fu concessa la sepoltura da parte delle autorità imperiali, ma si evidenzia anche l’affetto di Giuseppe di Arimatea e delle donne. Peraltro, Giuseppe era in segreto discepolo di Gesù (Gv 19,38) e attendeva il Regno di Dio (Lc 23,51). C’erano poi le donne che in prima persona avrebbero dovuto ungerne il corpo. Dunque, la morte di Gesù è reale e ratificata dalla sua sepoltura; perciò, il suo corpo non era sparito nel nulla prima della sua risurrezione.

    Questo va contro qualsiasi forma di docetismo o di apparente umanità di Gesù. E la sepoltura si lega più alla sicura morte di Gesù che alla sua risur­rezione, ma non l’esclude. Il verbo etaphē rinvia alla concessione che Pilato accordò a Giuseppe di Arimatea affinché, nonostante la crocifissione subita e che gli escludeva onorata sepoltura, fosse sepolto e unto con l’unguento dalle donne che lo seguivano, dopo aver atteso il terzo giorno per imbal­samarne il corpo.

    La fede nella risurrezione passa dunque anche nella morte di Gesù per i nostri peccati evidenziata nella sepoltura: come il chicco di grano che caduto in terra, muore per produrre molto frutto (cf. Gv 12,24).

    Il perno del discorso riguarda la risurrezione vera e propria, testimoniata da numerose persone. Gesù «è stato risuscitato» (verbo egēgertai) il terzo giorno, secondo le Scritture. Quindi è apparso: 1) a Cefa; 2) poi ai Dodici; 3) in seguito, a più di cinquecento fratelli in una sola volta, la maggior parte ancora in vita (si intende perciò che potrebbero ancora testimoniare ciò che hanno sperimentato); 4) poi a Giacomo; 5) a tutti gli apostoli; 6) per ultimo anche a Paolo.

    Ora, il discorso logico che dobbiamo fare è questo: queste persone sono credibili perché sono le stesse che hanno mangiato e bevuto con Lui. O, per dirla con S. Giovanni, sono quelle che testimoniano «ciò che era da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita…noi lo annunziamo a voi» (1Gv 1,1-3). Per testimoniare questa realtà, tanti ci hanno rimesso la vita! Non si può dare la vita per affermare una realtà non sicura, documentabile, degna di essere donata per una causa eccelsa.

    Infine, dopo la risurrezione, Gesù apparve ai discepoli. È l’ultimo dei verbi sperimentabili che danno un sigillo definitivo al fatto. I Vangeli riportano, come dicono gli esperti, almeno nove sicure testimonianze delle apparizioni di Gesù, in luoghi diversi, in tempi diversi, riscontrabili da persone diverse.

    Ogni dubbio è lecito perché la posta in gioco è di portata immensa: è lo spartiacque tra la fede e il nulla. Ognuno di noi deve prendere le proprie responsabilità e andare fino in fondo, per operare una scelta leale, ragionevole, documentata, appassionata.

Riflessione di don Franco Proietto

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