Una storia di imperfezioni e sogni

… per provare e ritornare a sognare

 

[Lettura Mc 4, 26-29]«“Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”».

 

 

Noi siamo la nostra storia. Le azioni che compiamo, le esperienze e le scelte quotidiane che viviamo e affrontiamo esprimono chi noi siamo; esse fanno vedere nella storia tutta la nostra interiorità (cioè le emozioni e i sentimenti, i bisogni e le esigenze, i desideri, i sogni e progetti). Tutto quello che siamo è nella nostra storia ed è la nostra storia. In questa storia a volte però non riesce ad entrare una parte di noi, che non rende la vita bella e perfetta come la progettiamo e la sogniamo; che percepiamo come un ostacolo alla nostra realizzazione,omancanza o difetto o limite o imperfezione. Le imperfezioni ci fanno sembrare tutto così impossibile, così lontano da raggiungere, tutto fermo; le imperfezioni ci bloccano e soffocano anche i nostri sogni. Ma «le storie […]sono i nostri sogniei sogni […]sono le nostre storie»: inevitabilmente,i sogni guidano, orientano, sostengono costantemente le nostre vite. I sogni sono infatti la forza della nostra vita: senza che ce ne accorgiamo, resistono e si difendono, per scrivere le pagine belle della nostra storia, nonostante le nostre imperfezioni (reali o presunte) e grazie ad esse.

In ogni fragilitàc’è una forza nascosta, in ogni imperfezione una bellezza nascosta, in ogni fallimento una possibilità nascosta. Se vuoi amarti, non puoi fare a meno di accettare nella tua vita l’imperfezioneche te la fa sembrare invivibile,impossibile, eche vuoi gettare via. La tua vita è più forte della tua paura della tua imperfezione, e di nascosto, si espande, si mostra nella tua storia; tu sei l’uomo che Gesù paragona al regno di Dio: «un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura» (Mc 4, 26-29). Il “doloroso crescere” ci deve spingere «provare e ritornare a sognare. Perché i sogni si sa, sono la nostra vita».

Andrea Pantone

Autore dell'articolo: Redazione