Risolutezza

In questo racconto tratto dal libro Il cammino dell’uomo di Martin Buber il discepolo di un veggente di Lublino decide improvvisamente di digiunare per una settimana, da un sabato all’altro. L’ultimo giorno viene però assediato da una sete talmente atroce da non riuscire più a portare avanti il suo proposito; il discepolo si dirige allora verso una fontana con l’intento di bere. Il quel momento, però, lo raggiunge il pensiero che, così facendo, avrebbe rovinato il proposito e la fatica fatta nell’intera settimana. Decide perciò di non avvicinarsi più alla fontana, e si allontana piuttosto fiero di se stesso. Il discepolo è ben lieto di essere riuscito a vincere anche quella difficile prova, ma, sulla strada del ritorno, si accorge che forse la sua fierezza dipendeva piuttosto dal suo orgoglio e non dalla maggiore santità raggiunta. Il povero discepolo, pieno di dubbio, decide allora di tornare indietro, per attingere acqua e non acconsentire che il suo cuore sia vittima dell’orgoglio. Sta per avvicinarsi al getto d’acqua e bere, quando si accorge con sorpresa che non ha più sete, quindi desiste dal bere. Il giorno successivo, allo scadere della settimana prevista per il digiuno, si reca dal maestro che, al vederlo, lo rimprovera aspramente dicendo che tutto questo era soltanto un rammendo.

Questa storia è molto particolare e lascia diversi interrogativi suscitati dalla risposta del maestro che tratta con durezza quel discepolo zelante. Il discepolo si impegna con tutte le sue forze per crescere nell’ ascesi e affronta molte tentazioni, vincendole tutte Alla fine però non ottiene altro che un giudizio molto duro e critico dal suo maestro. A ben vedere in questa storia ci sono due problemi principali: il primo nasce dal potere che il nostro corpo ha sull’anima (la sete che il discepolo sembra non riuscire più a vincere); il secondo nasce invece da una riflessione che il discepolo fa sull’orgoglio, sul risultato e sul successo ad ogni costo: il discepolo si decide a fallire consapevolmente, pur di non ottenere un successo viziato dall’orgoglio. Ed è proprio questa lotta interiore che gli causa i rimproveri del maestro.

In realtà la critica che il maestro fa al suo discepolo riguarda soprattutto il tentativo di esigere qualcosa da se stessi nel momento in cui non si è unificati ma scissi. Sicuramente dalle sue parole si comprende che il maestro di Lublino non è un convinto sostenitore dell’ascesi e che quindi il discepolo ha iniziato questo sforzo così difficile da portare a termine non per obbedienza al maestro o per mettere in pratica un suo consiglio, piuttosto per raggiungere un obiettivo, per così dire, auto-imposto, una sorta di auto-sviluppo personale. La risposta secca del maestro al discepolo è chiara: comportarsi come ha fatto non lo porterà ad alcun livello più elevato di consapevolezza e nemmeno ad un’unificazione su se stesso. Il discepolo viene rimproverato proprio sul suo andirivieni, sul suo continuo cambio di opinione e di decisione, sul procedere a zig-zag. Quando il maestro dice che quel suo esercitarsi attraverso la tentazione è solo un rammendo intende l’opposto di un lavoro fatto di getto. Un vestito pieno di toppe è il contrario di un vestito cucito tutto d’un pezzo. Il discepolo cercava di crescere spiritualmente senza avere un’anima unificata e in questo modo si è ritrovato ancora più scisso.

Ognuno di noi conosce bene le sue contraddizioni, la sua molteplicità nel giudicare la realtà, le sue inquietudini, i suoi inciampi, le sue tentazioni. Certamente la tentazione che prova il discepolo è la stessa tentazione che prova ciascuno di noi. E ognuno di noi, proprio come il discepolo prova a riprendersi, a concentrarsi, a indirizzarsi di nuovo verso la meta dopo una caduta, a stringere i denti e allenare ancora di più la sua volontà. Ognuno di noi, come il discepolo, si accorge pure che il cuore qualche volta viene tentato dall’orgoglio che rischia di rovinare tutto. L’insegnamento che il maestro vuole dare forse si riassume nel fatto che tutto questo è normale ed è proprio di ogni uomo: nessun uomo potrà unificare la propria anima usando soltanto i propri muscoli spirituali. C’è bisogno di qualcuno che ci venga in aiuto. C è bisogno che il Signore unifichi la nostra anima, senza pensare di poterlo fare noi con opere pure eroiche. L’insegnamento del maestro è che un’opera unificata si produce soltanto con un’anima unificata, mentre è impossibile pensare di unificare l’anima a partire dalle nostre opere. In un certo senso l’ascesi concentra, aumenta, purifica le nostre energie spirituali, ma non riesce a proteggere l’anima dalla sua propria contraddizione. Per farlo c’è bisogno di altro, c è bisogno di affidarsi a Dio, l’unico che può operare nel nucleo e nel sacrario più profondo della nostra anima, l’unico che può unificarci dall’interno. Ma l’ascesi e lo sforzo non è inutile, anzi. Ogni unificazione fallita, ogni tentativo andato a male, ogni opera sia pure parziale, da un pezzettino di unità in più e più costante di quella che c’era prima. L’importante è non confidare solo in quello, ma rimanere aperti al trascendente. Allora si realizza l’equilibrio, e anche nelle opere spirituali la contraddizione della nostra anima è sempre più vinta dall’unificazione.

 

Alessandro Aloè

Autore dell'articolo: Amministratore