Riflessioni per la Domenica Gaudete

(1 Ts 5,16-24)

«Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!».

 

Si può dire che Paolo scriva questa lettera (di cui i critici dicono sia il più antico scritto del NT) con grande serenità. I fedeli sono sulla buona strada: non c’è bisogno di correggere errori, ma di esortare. Egli sa che essi sono fedeli e il Vangelo prosegue il suo cammino. Gioia, fiducia, fervore sono espressi in tono affettuoso come fa un padre per i suoi figli (cfr. 2, 11-12). La lettera è interessante perché si intravede la speranza del ritorno di Gesù, i combattimenti per essergli fedeli, l’entusiasmo dei primi inizi della comunità cristiana. Il brano che abbiamo davanti riguarda le esortazioni conclusive e i saluti finali. Come si può notare le frasi sono spezzate: ognuna ha valore a sé, proprio perché non dottrinali, ma esortative. E così noi le meditiamo.

La comunità è riunita in assemblea culturale e riceve questi pressanti inviti:

  1. a) «siate sempre lieti»;
  2. b) «pregate ininterrottamente; in ogni cosa rendete grazie: questa è la volontà di Dio,

in Cristo Gesù verso di voi».

 

Le vicissitudini della vita non sono tali da mantenersi sempre nella gioia, anzi spesso il dolore soffoca la gioia. E per tanti i momenti di tristezza e pianto sono molto più presenti di quanto sia la gioia. Né le necessità della vita ci permettono di stare continuamente in preghiera (in latino: sine intermissione), come pure non è possibile che tante situazioni spiacevoli facciano sorgere nel cuore il rendimento di grazie. E allora? Tutto diventa realtà se è radicato in Cristo. In lui infatti non c’è solo la vita terrena ma anche quella divina. Penso che sia significativa, in questo contesto, la frase di san Paolo (1Cor 10, 31): «Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per gloria di Dio». Il verbo greco chairete indica la gioia del cuore, la lietezza. Mi vorrei fermare un poco per puntualizzare questa “atmosfera” della prima comunità cristiana. Nelle agapi si ascoltava la parola di Dio e si condivideva tutto: dal cibo alle preoccupazioni della vita. E così nasceva e si diffondeva la «letizia e la semplicità del cuore» (At 2,46). E la preghiera comune riempiva le ore e faceva rallegrare il cuore di gioia. Leggiamo anche, se è possibile, Ef 5,18ss. Da queste assemblee di culto, la comunità attingeva, come da sorgente, lo stile di vita improntato a Cristo.

«Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie». Sappiamo che la comunità dei Tessalonicesi era una chiesa giovane, proprio perché era agli inizi. Paolo scrive da Corinto, dove i fenomeni carismatici erano l’identificazione della stessa comunità.

Il verbo sbènnumi è detto dello spegnere il fuoco o la luce. In senso traslato indica “smorzare”, “reprimere”, “annientare”. Ora c’è un fuoco dentro il cuore del cristiano, un calore grande nato appunto dallo Spirito. Chi lo spegne, tarpa le ali al suo ardente desiderio di diffondere amore. Per dire che non dovrebbero essere disprezzate le profezie, cioè non fate che sia disistimato il discorso di chi esorta a nome di Dio; in altre parole: accogliete colui che parla nel nome del Signore, cioè il Profeta.

«Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono». Il verbo dokimazo vuol dire “provare”, “saggiare”, “mettere alla prova”: è l’odierno “discernimento”. Non è male applicarlo per noi seminaristi. Si passa tutto al setaccio: le cose inutili o superflue vengono gettate via e rimangono quelle buone. Cos’è che nel tuo cammino seminaristico oggi deve essere gettato via? Cos’è che rimane? Dice Paolo in Gal 6,4: «Ciascuno esamini la propria condotta e allora solo in se stesso, e non negli altri, troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello». Il bene e il male si possono discernere quando davanti a Dio l’uomo si riconosce così come è, cioè “portatore del proprio fardello”. Di tutti i detriti che si depositano durante la propria esistenza, nel cuore dell’uomo, ciò che resterà è il bene, il resto non conta niente: deve essere rifiutato. Il discernimento è necessario per capire dov’è la verità e dove è l’errore, dove il giusto e dove l’ingiusto, dov’è la volontà di Dio nella situazione storica che si vive e dove invece essa è lontana. Possiamo aggiungere ancora? Dov’è la retta intenzione vocazionale e dove non è, dov’è la volontà di Dio e dov’è essa invece assente?

«Ed il Dio della pace vi santifichi interamente». Volontà di Dio è infatti la nostra santificazione. È tutta la vita che diventa un completamento dell’opera iniziata con il battesimo e che giunge al traguardo attraverso un lavoro continuo di preghiera ascesi, purificazione, potatura. In questo periodo due cose devono accompagnare le certezze cristiane: 1) è un momento di purificazione attraverso le umiliazioni continue dovute ai peccati di tutti noi, chiesa di Dio; 2) è un bel momento per sentire nelle nostre debolezze la presenza di Dio, che lotta e piange in noi. Tutta la nostra persona si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Se Dio non dà forza al nostro cuore, tutto l’uomo, corpo e anima, non può conservarsi irreprensibile. La nostra debolezza è davvero la nostra forza, se ci conserviamo irreprensibili: negli ideali e nei comportamenti fino alla venuta di Gesù. È lo spirito di attesa, tipico di questo periodo di Avvento, che deve innestarsi in noi, consapevoli che lui ritornerà.

«Degno di fede è colui che ci chiama: egli farà tutto questo». Dio è colui che ci chiama, è l’Appellante, ed è fedele a ciò che promette. Al massimo, siamo noi infedeli verso di lui, e non lui verso di noi. Dio è fedele anzitutto con se stesso: ciò che ha cominciato lo condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù (cfr. Fil 1,6). C’è una comunità afflitta e perseguitata dal di fuori, debole di dentro. Chi porterà a compimento l’intento della santificazione? Dio farà anche questo. Dove Paolo non è arrivato, verrà completato dal Signore. Non ci si deve preoccupare più di tanto, perché «se Dio è con noi, chi sarà contro di noi». Piuttosto, sempre parlando tra di noi, uomini in cammino verso il sacerdozio, è chiaro che le preoccupazioni pastorali sono tante, ma la fiducia in Dio aiuterà la comunità a superare tutte le difficoltà.

Autore dell'articolo: Amministratore