Pentecoste|23 maggio 2021|Anno B

Come sappiamo, la festa, dal greco “pentecoste”, cioè 50° giorno, dopo la Pasqua, dagli Ebrei
veniva chiamata “festa delle settimane”, ma erano più di cinquanta giorni. Allora gli Israeliti si
recavano al tempio in pellegrinaggio, e festeggiavano il raccolto delle messi le cui primizie
venivano offerte al Signore come ringraziamento. Più tardi a questa solennità festiva è stata
aggiunto un altro significato, che è il ricordo delle conclusioni del Patto del Sinai.
Per i cristiani invece si fa memoria della venuta dello Spirito Santo, come viene riportato in Atti
2,1-21. Venne un vento impetuoso, delle fiammelle si posarono sulle teste degli Apostoli e di Maria
e tutti cominciarono a parlare in altre lingue. Così la comunità cristiana si manifesta come il nuovo
popolo di Dio, ricolmato dallo Spirito che è pronto a testimoniare Cristo nel mondo.
Questo è lo spirito e la cornice entro la quale si presenta lo Spirito Santo: attraverso vento
impetuoso, lingue di fuoco, la glossolalia, cioè il parlare in altre lingue o meglio parlare la propria,
ma arrivare all’orecchio e la cuore delle altre persone come se fosse il loro proprio linguaggio. È lo
Spirito che ristabilisce l’unità del parlare che s’era sparpagliato in tanti linguaggi quando s’era
costruita la torre di Babele (cfr. Cor. 11,1-9).
Lo Spirito è chiamato Paraclito, in greco “parakletòs”, cioè Avvocato, Consolatore, Confortatore. È
Spirito di Verità: la Verità secondo san Giovanni è lo stesso Vangelo; e il Vangelo è lo stesso
Cristo. Lo Spirito viene proprio per questo: ci manifesta chi è davvero Cristo, palesemente, davanti
alla Comunità cristiana. Non c’è un testimone più attendibile di Lui per rivelare la persona di Cristo
poiché solo Lui che è Dio, lo conosce bene.
Lo Spirito espone tutto il vangelo di Gesù alla Chiesa, ne approfondisce il significato, lo attualizza,
lo rende vivo, comprensibile, esistenziale; per questo riesce a scuotere le coscienze e a suggerire le
azioni adeguate per santificarsi. Solo grazie alla sua illuminazione, la parola di Gesù riesce a
smuovere il cuore dei fedeli perché siano coerenti con il Vangelo, coraggiosi nel testimoniarlo, forti
nella difesa della Verità. Se dall’evento delle Ascensione lungo tutta la futura storia dell’umanità,
questo è il suo tempo, non dobbiamo far altro che affidarci a Lui nella certezza che non saremo mai
soli, che Lui ispira le nostre azioni, che matura le nostre decisioni, perché gli siamo fedeli e in
continuo suo ascolto.
Prima di andare avanti, facciamo una considerazione: chi erano le persone che “si trovavano tutti
insieme nello stesso luogo, e quale la casa dove si trovavano”?
Erano le stesse persone delle quali si parla nei vv. 13-14 del 1° Cap., cioè gli Apostoli “con alcune
donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di Lui”; e il luogo è il Cenacolo. C’è Maria con
loro: questo è un punto importante per noi: lo Spirito che aveva inondato la sua Persona perché
fosse la madre di Gesù, ora la ricolma della sua presenza perché sia Madre degli Apostoli e dei
credenti. Raccoglie tutti come una chioccia i suoi pulcini e dà loro calore e affetto ad uno ad uno.
Non poteva nascere la Chiesa se fosse mancata Lei. La consolazione che dava loro quando, stanchi,
ritornavano dalla loro missione pastorale la aveva ricevuta come dono quel giorno in cui lo Spirito
del Signore, come fiammella, s’era posata sua testa ed entrata nel suo cuore.
A me è sembrato opportuno, con la speranza di non cadere in una modalità di didattica più che di
contenuti teologici e pastorali, dire in questo incontro quali insegnamenti ci lasciano i doni dello
Spirito. Da tener presente la differenza tra le virtù e i doni: quelle si ottengono anche con la
partecipazione umana utilizzando i mezzi appropriati per arrivare allo scopo che è, come sempre la
santità .
I doni invece sono offerti gratuitamente dallo Spirito del Signore e sono di ordine soprannaturale.
SAPIENZA
È il dono dello Spirito per conoscere e stimare le cose divine per mezzo di un gesto Spirituale
(sapere in latino vuol dire gustare). Per gli Antichi ( Egitto, Mesopotamia, Grecia [dove erano
leggendari i Sette Sapienti] indicava l’abilità e la prudenza per riuscire nella vita era in un certo
modo il risultato di una riflessione sulla vita che necessariamente portava anche ad una morale di
vita. Forse non è male dire che in sostanza era l’umanesimo dell’antichità.
Nella Bibbia ricordiamo Salomone che era indicato come espressione dell’umanesimo del tempo,
ma già si vedeva in lui che la Sapienza non era solo umana, ma dono di Dio, perché aveva un cuore
che sapeva discernere il bene dal male. Tutta la Sapienza biblica, d’ora in poi viene vista come arte
di ben vivere, ma avendo alla base gli insegnamenti di Dio. Un uomo qualsiasi, esperto nel suo
mestiere, è un sapiente quando nella sua opera vede l’accompagnamento di Dio. Ma c’è di più:
quando si leggono i proverbi al buon senso umano, si aggiunge una conoscenza del cuore dell’uomo
e si conosce perché lui è triste o gioioso, quando e dove c’è l’inganno e come utilizzare la prudenza
per non essere irretito.
I vecchi sono depositari della Sapienza perché hanno l’esperienza degli anni, mentre i giovani
spesso sono avventati. I Salmi, Giobbe, i Proverbi, il libro stesso della Sapienza, ci dicono di stare
attenti a condurre una vita fallace spesso senza Dio, perché solo terrena e quindi ingannevole. Gesù
e dopo di Lui, San Paolo, ci dicono che la Sapienza si ottiene passando attraverso la sofferenza e la
croce. Il mondo ritiene questa sapienza, stoltezza, mentre è quella che ci fa guadagnare noi a noi
stessi piuttosto che il mondo intero.
Ora questa Sapienza non è il buon senso umano, ma conoscenza è imitazione del mistero di Gesù
morto e risorto. Per l’umanità questa è stoltezza, per il cristiano è saggezza perché perfeziona il
dono della carità e ci fa assaporare lo stesso amore di Dio e la sua dolcezza.
INTELLETTO
Come sapete, viene dal latino “intus legere”, cioè leggere dentro, a fondo; ed è la capacità di
formare concetti, capire le idee, di intendere e formulare giudizi, confrontare i valori e fare delle
scelte esistenziali. Come dono dello Spirito ci fa affrontare le verità della fede. Umanamente due
cose diventano essenziali per questo dono:
1. Andare al di là del visibile, del superficiale, dell’epidermico e approfondire la conoscenza
della natura di Dio, la sua paternità, il suo amore, il suo progetto su di noi. Questo esige
meditazione, riflessione, preghiera, decisione. Il mistero di Dio resterà sempre insondabile,
ma lo Spirito ci avvicinerà alla sua comprensione.
2. Confronto di giudizio tra il bene e il male., tra valori e valori. Molte scelte negative,
vengono fatte perché manca il confronto, tra le cose terrene e quelle eterne,
contemporaneamente ogni avvenimento deve essere letto alla luce di Dio, perché è Lui che
dona gratuitamente, al di là della natura, questo discernimento e la rispettiva adesione.
Il dono dell’ intelletto non ci darà la laurea, ma una luce interiore che dona significato alla
vita e illuminerà i passi dell’esistenza umana per non condurci al peccato.
CONSIGLIO
Se voi prendete un qualsiasi vocabolario latino, potete costatare che come prima traduzione della
parola “consilium” si mette “consiglio” ed immediatamente dopo “decisione”. In Atti 9,6 si dice: “
Signore, che volete che io faccio?” Ecco questa richiesta di aiuto, ci porta poi a decidere. Il
consiglio/decisione ci tiene lontani da qualsiasi precipitazione o fretta, da ogni leggerezza, ma
soprattutto da ogni presunzione di ordine spirituale.
Un’anima che presume di essere autosufficiente colui che dice: “ io non ho bisogno di nessuno,
perché so fare tutto da me”, chi non “consulta” Dio per discernere quale sia la soluzione migliore,
chi non si affida ad una persona di esperienza che sappia orientare verso il maggiore bene possibile,
chi agisce come se Dio non ci stesse, sta rischiando grosso perché la presunzione è la strada più
breve per arrivare alla rovina.
Lo stesso Gesù dice: (Gv 8,29) io compio sempre tutte le opere che piacciono al Padre. E noi siamo
migliori di Lui? Il buon senso umano, un sano criterio di valutazione, sono cose molto importanti,
ma il termine ultimo per noi è al di sopra della saggezza umana. Le valutazioni prevalentemente o
soltanto umane sono restrittive rispetto all’ampiezza di visione che ci dà lo Spirito, questa è di
ampiezza eterna.
FORTEZZA
Il cristianesimo s’è affermato nel mondo grazie alla fortezza dei cristiani, Essa ha rafforzato la
volontà dei fedeli fino all’eroismo, superando la naturale fragilità umana, l’accomodamento,
l’adagiamento al lasciarsi andare., fino all’abbandono verso la deriva. Significa una lotta continua
per essere padroni di sé, delle proprie inclinazioni, dei propri istinti. La fortezza, sembra
paradossale, va contro la violenza, anzi usa mitezza e mansuetudine: parla e agisce con calma,
ragiona e ascolta prima di agire per poi ottenere risultati positivi.
Chi non è capace di autocontrollarsi è un debole, come lo è chi strilla, si arrabbia, usa la forza per
ottenere un risultato.
Lo Spirito di Dio è così forte da rendere i deboli dei santi e dei martiri: la storia lo insegna. Le
avversità ci possono indebolire perché siamo vulnerabili, ma non spezzano i nostri ideali. Per
arrivare a tanto, è bene cominciare a vincere le piccole avversità della vita, a non fare i lamentosi
per ogni contrarietà, ad essere invece capaci di saper essere lieti, consapevoli di partecipare, come
Cristo, alla salvezza dell’umanità.
Il rafforzamento della volontà viene in un esercizio di ascesi continuo e nella preghiera verso il
Signore perché ci conceda questo dono.
Ci si deve allenare per affrontare il giudizio altrui spesso nemico, o tagliente o sarcastico e
aggressivo. Ma anche quando dobbiamo affrontare le conflittualità, il credente, pieno di Spirito
Santo, può, anzi deve, mantenere la calma, la mitezza, la bontà; solo così si può guadagnare colui
che si dichiara suo avversario e renderlo suo amico. Né dobbiamo aver paura di difendere la verità
costi quel che costi: il camaleontismo, l’arte di dar ragione a tutti per non perdere il consenso di
tutti, ci rende più deboli, non rispettati dagli altri, anzi poco credibili. Ma c’è anche un rapporto con
le proprie responsabilità da dover coltivare: perché frutto prezioso della fortezza è tener fede ai
propri impegni morali davanti a Dio e davanti agli uomini.
Lo Spirito viene per sostenerci, incoraggiarci, per rafforzare i nostri propositi e le nostre decisioni.
Ma non bisogna solo mantenere la costanza di proseguire un cammino iniziato da altri prima di noi,
di prolungare la corsa ricevendo e passando il testimone; bisogna anche essere creativi, inventivi,
ascoltatori dei suggerimenti dello Spirito come hanno fatto fondatori di Ordini religiosi sapendo
leggere i segni dei tempi.
Abbiamo detto dei santi che hanno dato degli esempi eccezionali di fortezza fino al martirio. Ce ne
sono in abbondanza da imitare: ognuno imiti il santo più vicino a se stesso per conformità di
atteggiamenti o di indole o di valori. Se, come davvero è, la fortezza è un dono, bisogna chiederla
con tutto il cuore. La fede si espande concretamente con gli esempi, non con le parole: lo dicevano
gli antichi: “exempla trahunt”, gli esempi trascinano.
Bisogna chiedere e il Signore ci donerà il suo Spirito secondo le necessità nostre e delle nostre
comunità. Il cristiano, come Gesù, è chiamato all’eroismo, ma l’eroismo più grande è vivere la vita
comune, ordinaria in modo straordinaria. La continuità di una vita solida, robusta, cristiana è la più
grande testimonianza per cambiare il mondo.
SCIENZA
La Bibbia non dà della scienza una definizione astratta, ma esistenziale. Conoscere qualcosa e
qualcuno significa averne l’esperienza concreta, per esempio così vengono conosciuti il peccato e la
sofferenza, la guerra e la pace. Quando si dice di conoscere qualcuno, vuol dire che si entra in
relazioni personali con lui, anzi anche quelle famigliari hanno la stessa realtà e anche addirittura
quelle coniugali.
Ugualmente conoscere Dio vuol dire entrare nella sua intimità. Dio ci conosce ad uno ad uno in
profondità; per questo ci chiama per nome, come anche Lui ci rivela il suo nome. Quando ci
impegniamo a conoscere profondamente, dobbiamo operare in noi un cuore nuovo, appunto idoneo
per conoscere. Proprio perché Dio ha una profonda conoscenza del cuore dell’uomo, farà in modo
di scrivere là la sua Legge. È quanto afferma magnificamente Ezechiele: “vi darò un cuore nuovo,
porrò in voi uno spirito nuovo”.
La vera scienza da parte dell’uomo è allontanare l’idolatria dal suo cuore per orientarlo verso Dio.
Per il credente in Cristo, la vera scienza è scrutare e conoscere la ricchezza che è Cristo. E la stessa
creazione viene vista con la scienza di Dio, in funzione del tuo significato che ci fa confluire ogni
cosa verso di Lui. Il figlio di Dio vede nella natura l’impronta di Dio, la sua opera che, ultimamente,
è sua opera a servizio dell’uomo. Anche una foglia di un albero ha una sua funzione: quella che ha
dato il Signore sia per il bene della stessa natura, madre nostra, e sia per l’umanità intera a cui è
stata messa a servizio.
PIETÀ
Ritorniamo al latino “Pietas” vuol dire Pietà, devozione, religiosità, rispetto, affetto, tenerezza. Enea
veniva chiamato “pius” perché aveva un amore filiale verso il padre. Per quanto riguarda noi la
Pietà è il rapporto religioso con Dio. L’uomo pio è colui che dà a Dio ciò che è di Dio; l’empio
invece cioè il non pio è lontano da Lui.
Il dono della pietà ci fa comprendere che Dio è Padre, Misericordia, Amore. Questo dà tenerezza e
confidenza verso di Lui, perché ha cura di noi più di quanto ne dia agli uccelli del cielo e ai gigli dei
campi. Se il nostro rapporto con Lui è confidente e tenero, la preghiera ci dà quasi il senso di essere
a casa sua come famigliari; davvero noi non siamo mai soli! Siamo in un periodo di paura e
angoscia: come non gettare le nostre preoccupazioni in Lui che è più grande del nostro cuore!
La domanda che dobbiamo farci, quasi come pausa di riflessione: dove vado a trovare sicurezza e
serenità, se non in Dio? Pascoli dice che il mondo è un “atomo opaco del male”: lo sarebbe, se non
ci fosse un Padre che ci vuol bene.
 La Pietà porta il cuore ad avere attenzione da Dio al prossimo, nostro fratello. Cioè l’affetto
filiale che dobbiamo a Dio produce una tenera devozione per le persone. Se il legame con il
Signore è sincero, se la relazione parte ed è vissuta con il cuore, il nostro sarà un rapporto di
amicizia e di confidenza. Nasce così la nostra gioia interiore fatta di gratitudine di amore e
di adorazione.
 Se questi sono i nostri sentimenti, saremo anche contenti di espanderli con gioia
condividendoli con le altre persone che facevano parte della stessa famiglia. Ma è
necessario vedere Dio non come padrone, ma come Padre e Amico. La parabola del Figliol
prodigo o Padre misericordioso ce l’insegna abbondantemente.
TIMOR DI DIO
Nella 1a lettera di Giovanni si dice: nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia
il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. Il timore di Dio
dunque non è la paura di Dio, ma rispetto della sua Persona: o al massimo è il timore riverenziale e
filiale che ci impedisce di offenderlo.
È riconoscere l’infinita distanza tra Lui, il Creatore, e noi, le creature. Ci dice che noi siamo piccoli
e senza di Lui non riusciamo a fare niente. Per questo ci vuole una certa docilità, riconoscenza,
obbedienza e lode verso Dio. Ma il timore di Dio ci dice anche che non possiamo offenderlo
vivendo nel male, bestemmiando, rubando, sfruttando il prossimo. Questo dono immette dentro di
noi la responsabilità a non offenderlo: allora quello che chiamiamo timore è quel certo disagio che
sorge in noi se per caso dovessimo peccare, quasi a dire: come potrei arrivare a tanta mancanza di
riconoscenza.
In sostanza si concentrano nel nostro spirito questi tre sentimenti:
1. Il sentimento della grandezza di Dio e quindi l’orrore dei possibili peccati che ne offendono
la Santità;
2. Pentimenti delle colpe commesse perché offendono la bontà di Dio e il suo amore
rendendoci non riconoscenti per i doni ricevuti;
3. La cura a fuggire le occasioni di peccati, che ci condurrebbero ad essere non suoi amici ma
avversari.
Ma c’è anche una considerazione da fare: Dio è buono, è misericordioso, perdona, non ha canoni
umani, però non può trattare un santo come un peccatore. Il timore nascerebbe proprio da questo
fatto: nonostante il bene che Lui mi vuole, io con il peccato commesso temo che non possa essere
trattato da figlio, ma appunto da peccatore, quasi potesse prevalere la giustizia in Lui, invece che il
perdono: questo è il vero timore.
In sostanza si tratta di ritrovare il sentimento della creaturalità, perso da quando l’uomo s’è fatto
dio. Il timore di Dio, toglie la presunzione di salvarsi senza meriti consapevoli che, anche se tutto è
possibile a Dio, non possiamo abusare della sua bontà. Questo fa esigere in noi la necessità di
conservarci umili, meno superficiali, meno disinvolti, come pure ci impedisce di farci una religione
a nostra misura comoda, forse più formale che sostanziale.

Don Franco Proietto

 

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