III Domenica di Avvento – Anno A

Dal Vangelo secondo Matteo (11, 2-11)
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Sono degne di attenzione sia la prima che la seconda lettura.

La prima, del profeta Isaia (35, 1-6.8.10) fa notare come la liberazione dalla schiavitù babilonese dà vigore alle persone deboli e vacillanti: c’è quasi una festosa processione del popolo che ritorna a casa, lasciata forzatamente decenni prima. D’ora in poi «gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto».

Nella seconda lettura San Giacomo (5, 7-10) esorta ad essere costanti. Gli agricoltori, dopo aver seminato, attendono l’alternarsi delle stagioni tra piogge e sole, convinti che la terra produrrà il suo frutto.

La speranza di cui parlava il profeta Isaia, diviene qui pazienza e perseveranza, senza stancarsi mai.

Il Vangelo ci pone davanti alla figura di Giovanni Battista.

Ora Giovanni è in carcere, in attesa del giudizio di morte. Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche. Vol. XVIII, 116-119) pone la sua prigionia e morte a motivo della sua capacità di persuadere la gente e che questa avrebbe potuto portare ad una sedizione. E riconosce che Giovanni spingeva i Giudei a praticare la giustizia fra gli uomini e la pietà verso Dio.

Per questo la definizione data da Gesù che lui non è «una canna sbattuta dal vento», né un «uomo vestito con abiti di lusso», è sommamente pertinente.

Giovanni sente delle gesta di Gesù; ma il suo stupore vuole una conferma personale. E invia i suoi discepoli a chiedere se davvero Gesù è colui che deve venire.

Gesù porta un lungo elenco di fatti che testimoniano l’identità della sua persona: ciò che Lui compie è tutto ciò che si aspetta dal Messia. E aggiunge: «beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Ma perché Gesù, che aveva parlato in modo molto duro contro coloro che scandalizzano (cfr. Lc 17, 1; Mt 18,7), potrebbe essere di inciampo a causa di quelle opere che Egli compie?

Come mai Lui che è venuto a rendere libere le persone pone dei lacci e pietre o addirittura degli scogli che poi potrebbero far cadere le persone? È possibile?

Lo scandalo dato da Gesù non è quello dell’immoralità del cattivo esempio in parole e opere, di chi compie azioni nocive e afferma sentenze offensive “per i piccoli”. È piuttosto lo scandalo di un Dio che muore in croce («scandalo per i Giudei», 1Cor 1, 23), della sofferenza dei deboli o degli innocenti, in sostanza di chi non comprende l’azione di Dio; di chi, sapendo che solo Dio può rimettere i peccati, accusa Gesù di usurpare un potere che non gli compete («perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?», Mc 2, 7). Mangia con i peccatori e va in compagnia dei pubblicani. È in sostanza uno scandalo che scardina le strutture consuete del mondo o le ingiustizie di fronte alle quali lo stesso Dio sembra restare indifferente o impassibile.

Oggi può essere lo scandalo di Auschwitz (a tal proposito Jonas scrive qualcosa che ci fa riflettere profondamente: Il concetto di Dio dopo Auschwitz), della morte per fame dei bambini africani o di situazioni che fanno gridare: “Ma Dio dov’era? Dov’è?”. È, sempre oggi, la rivoluzione cristiana dell’amore, del perdono, ma anche di chi spende la vita come “un vuoto a perdere” verso i malati, i lebbrosi, i drogati.

Come dicevamo, la figura centrale del Vangelo è Giovanni il Battista, il quale: non è una «canna sbattuta dal vento»; né «un uomo vestito con abiti di lusso».

  1. La prima affermazione va contro coloro che si piegano ad ogni vento: fragili e deboli in se stessi, vanno a ricercare la loro identità nei giudizi o nei compiacimenti che le persone hanno nei loro riguardi. Vivono secondo il potere dello sguardo altrui e ne sono schiavi, cioè dipendono dalle opinioni che gli altri hanno nei loro confronti e alle quali, per assecondarli, si inchinano. Da un po’ di tempo la parola e il concetto dell’oftalmodoulia mi perseguitano, la schiavitù dallo sguardo altrui ci fa essere ciò che non siamo o meglio ci allinea – nei pensieri e nelle azioni – a ciò che gli altri vogliono che noi siamo. In una estate sono stato a Vienna, a Londra e a Parigi. Mi fece un’impressione enorme l’omologazione di tutti i giovani – allora andavano di moda i punk – sia nelle pettinature, nei colori sgargianti dei capelli, negli abiti estrosi, nei piercing e così via. Ma perché ora è differente? Per nient’affatto!

Quasi nessuno che abbia una propria identità: tutti allineati cosicché, per esempio, se tutti avessero il piercing, gli altri, quelli là, se lo toglierebbero per apparire diversi.

Cose da matti! Guardate un po’ oggi quelli che passano da un partito ad un altro! La fragilità e gli accomodamenti ci rendono esposti ad ogni vento.

  1. Il primo punto insiste sulla mancanza di una sicurezza – coerenza con se stessi – identità, personalità, stabilità. Il secondo punto, che è cugino carnale del primo, insiste di più sull’apparire espresso nei lussuosi vestiti davanti agli altri, invece che sull’essere. Siamo, come si sa, in una civiltà e in una cultura dell’immagine, del formalismo. E questo soprattutto nel campo economico o delle vanità del lusso. Gente che è piena di debiti, ne fa altri per far notare che loro non sono inferiori agli altri. Crediamo che tutta la nostra importanza e la stima altrui sia dovuta al fatto di vestire in modo lussuoso, appariscente, così gli altri ci dicono che abbiamo un pacco di soldi. La frase sottintende anche una certa mollezza di vita, oltre ad una esteriorità di manifestarsi dentro il quale c’è un vuoto spaventoso. Sotto il vestito, proprio niente: di cervello, di buon senso, di ragionamento, di verità.

Il filosofo Pascal dice una frase che potrebbe essere appropriata per la circostanza: “L’uomo ama più la caccia che la preda”. Avete visto quei cacciatori inglesi che per prendere un cervo si vestono in modo tale che sembra che vadano ad una festa piena di folklore e che poi interessa minimamente a prendere l’animale? È così! Oggi succede lo stesso e, se si può dire, anche in maniera più grave. Gente che di fede non ha nemmeno un fiammifero, si barda con vestiti lunghi, con tanto di scarpe lucide, di sciarpe, di abiti decolleté, ma che di Gesù Cristo non interessa nulla. Dobbiamo stare attenti anche a noi quando tiriamo fuori pizzi e merletti in alcune feste solenni invece che pensare a quel povero Gesù Cristo spesso dimenticato o messo in subordine.

  1. Giovanni è un profeta, «fra i nati da donne non è sorto alcuno più grande» di lui. Ragioniamo in positivo senza “le lamentazioni” fatte nel secondo punto. Giovanni con le parole e i fatti è colui che ha parlato a nome di Dio per fare strada alla persona di Gesù.

Il profeta va controcorrente e lui c’è andato fino in fondo, fino alla morte. Anche lui è stato uno scandalo per la gente del tempo quando vestiva in quel modo, mangiava in quel modo, viveva in quel modo. Tutto quello per purificarsi dai peccati e per insegnare agli altri a fare altrettanto.

È per questo un esempio per noi. Lui preparava Gesù, noi facciamo altrettanto per farlo nascere, a Natale, nel nostro cuore e, ancora una volta, nel mondo di oggi.

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