III Domenica di Quaresima|B|07-03-2021

“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù:  non avrai altri dèi di fronte a me.”

Es 20, 2-3

Le dieci parole, o come comunemente li chiamiamo, i “Dieci Comandamenti”, sono gli elementi fondamentali della storia della salvezza, perché mentre esprimono l’alleanza con Dio da parte del popolo di Israele, sono anche norme universali che esplicitano ciò che è scritto nella coscienza umana in modo da vivere una convivenza civile.

Sappiamo che il più importante è il primo che viene così presentato dalla Bibbia: “Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto dalla condizione servile. Non avrai altri dei di al di fuori di me.”

Riconoscere Dio come unico è la base e il fondamento di tutte le altre nove “Parole”.

Ma il popolo, o meglio ciascuno di noi, deve riconoscere con atto di gratitudine che le pretese o meglio l’autorevolezza di lui verso di noi è data dal fatto che ci ha liberati dalla schiavitù d’Egitto. Israele si impegna per questo come risposta ad adorare solo Jahvè e non può tradirlo dando il suo culto ad altri dei. Il suo cuore è come quello di colui che riconosce di rispondere con un atto di amore al dono dell’amore che Dio già ha dato a lui.

Ma credo che il punto centrale da meditare sia il seguente: gli idoli, ogni idolo, che sostituiscono Dio, “che sono come uno spauracchio in un campo di cocomeri, che non parlano, non camminano perché bisogna portarli, che sono muti, che sono ricoperti d’oro e d’argento ma dentro non c’è soffio vitale” (Ger 10,3-5 3 Ab 2, 18 – 19), in fondo sono una nullità (Ger 10 – 15). Addirittura sarcastico è Isaia: l’idolo e un pezzo di legno: l’uomo usa una parte per riscaldarsi o per cuocere il pane e un’altra per fare una statua che adora che venera e la prega: “Salvami, perché sei il mio dio!” (Is 44, 9 – 20).

Un problema grande per noi è che crediamo fermamente di non avere idoli: noi non crediamo ai Baal, alle Astarte, ecc… “Noi non abbiamo idoli” diciamo. Non è vero.

Per noi, oggi gli idoli sono diversi e ce ne sono in abbondanza. Quello che è accaduto ad Eva e ad Adamo: tolto Dio, le cose diventano il nostro dio. il cuore dell’uomo vive di insicurezza e allora troviamo sicurezza nelle cose che ci offrono le società di oggi. Se non c’è sicurezza dentro di me, voglio trovarla nella casa, perché essa mi dà identità e nella macchina, perché là è il mio cuore. E allora accade che se la macchina che amo, pulisco, adoro, mi cade in mare ( è accaduto!) io mi suicido, perché la macchina era me stesso, la mia vita. La stessa cosa vale per il gioco, la droga, l’alcool, la pornografia.

Essere insicuri o precari è la condizione umana. Ma se Dio non costituisce più il punto fermo, io mi appoggio agli idoli. “Abbiamo bisogno di costruire sempre nuovi idoli per sopravvivere” diceva il filosofo Buber. Non vogliamo vivere di niente; e allora ci illudiamo a creare idoli. Ed oggi la varietà di scelta è infinita: denaro e modi sempre più sofisticati per ottenerlo, il lavoro, l’ultimo cellulare, la ricchezza di qualsiasi genere, perché quella si che è una garanzia di sicurezza “ per sempre”; e poi la moda: se non vesto come mi dicono le ultime grida di moda, non sono io. Cioè: io sono dentro quel vestito, quel paio di scarpe, quel cappello e allora mi guardano, io valgo.

Tutti gli idoli sono una proiezione della nostra insicurezza esistenziale, del nostro io che vorremmo rendere stabile in un oggetto o in un’idea, in un immagine che dia – agli altri e a noi – la garanzia che tu ci sei, che vali.

Israele s’è buttato ad adorare il vitello d’oro che nasconde delle verità dietro di sé: il vitello è la forza, la visibilità, l’affettività, il vigore sessuale; ed è d’oro (cioè è ricchezza e con la ricchezza  si può ottenere tutto!)

Oppure se riflettessimo bene sulle dinamiche che si innescano in noi – sempre le stesse: le dovremmo conoscere, invece ci caschiamo sempre – ci renderemmo conto della nostra stupidità: in una società che si qualifica oggi per la sua alta intelligenza, si registrano idolatrie sconcertanti: adoriamo ciò che costituirà poi la causa del nostro malessere. Succede sempre così: il vuoto interiore ci porta a cercare sempre nuovi idoli, perché i precedenti non sono bastati: si creano, si adorano, poi ne diventiamo dipendenti fino a quando non ne possiamo fare a meno.

In sostanza, quando Gesù dice: “che serve all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso. E cosa darà l’uomo in cambio di se stesso?” Il problema non è negli altri, o nelle cose, ma mio, dentro di me, perché ho cercato fuori il vero Dio e ho messo tanti surrogati: gli idoli. Il cuore dell’uomo senza Dio è come un sacco sfondato: tutte le cose che ci metto per riempirlo, cadono nel vuoto. Agli idoli diamo la vita e poi ne diventiamo schiavi ( anche piccoli idoli hanno queste dinamiche: guarda chi fuma: si inizia per curiosità, per atteggiarsi, poi ci si abitua, infine non c’è modo di liberarsene).

 

 

2° LETTURA: qualche breve idea ( 1Cor 1 , 23 – 24)

“Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio”

C’era presso i Greci  già dai tempi di Socrate, l’idea che bastava conoscere intellettualmente il Bene per seguirlo e salvarsi. Ma il cristianesimo non è sicurezza umana, quanto piuttosto rischio e sequela di chi ha portato la croce fino alla morte. Però è importante capire che mentre la sapienza umana, sia quella giudea che si scandalizza di un Messia che muore in croce, sia quella dei greci che sanno di non sapere, non ottengono la salvezza, Cristo incarnazione della stoltezza di Dio, è saggezza che indica agli uomini la via della salvezza e la opera in se stesso morendo per amore verso tutti gli uomini e per di più in croce. Tanto è stato grande il dolore, tanto è grande l’amore.

Quando ero giovane prete ho avuto una bella amicizia con Charles Moeller. Ho un suo libro “saggezza greca e paradosso cristiano” che fa vedere il significato della sofferenza e della morte nel mondo pagano e in quello cristiano. Quello è un dramma; questo è salvezza.

 

IL VANGELO (Gv 2, 13 – 16)

“Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato»”

Ora accade che c’è una vera e propria profanazione, una mercificazione del culto da rendere a Dio. Dio viene usato per vendere i prodotti dell’uomo. Ciò che dovrebbe essere liberazione dalle proprie cose per farne dono a Dio, diventa strumento di guadagno, sotto il nome di Dio. Altro che idolatria!

  • Credo che non sia una proposta ingenua cercare di applicare alle nostre chiese quel che è accaduto al tempio – la sacralità del luogo non è data in alcuni momenti si e in altri no: là c’è la presenza di Dio.

 

  • Credo che dovremmo anche verificare la purezza del nostro cuore quando tolleriamo o siamo tolleranti che, finita la liturgia, la chiesa diventi luogo-assemblea dove non c’è molto rispetto verso Gesù sacramentato.

 

  • Ma di più ancora: non dobbiamo profanare il corpo di Cristo presente nell’eucarestia, e rispettare il corpo dell’uomo, lui stesso tempio di Dio.

Se Gesù è la tenda di carne, l’uomo è la gloria di Dio vivente: l’uno è il Risorto, l’altro attende il tempo della sua risurrezione e in vita merita rispetto.

Dopo la resurrezione, gli apostoli “si ricordarono” (cioè rivissero) il fatto e capirono che il Salmo 69 “Lo zelo per la tua casa mi divora”, riguardava Lui stesso. Ma Paolo stesso ammonisce: “voi siete membra di Cristo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?” (1Cor 3,9; 6, 15. 19).

 Don Franco Proietto

 

 

 

 

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