II Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

1Cor 12,4-11

4Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: 8a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; 9a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; 10a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. 11Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

Ho preferito questo testo invece che quello del Vangelo – le nozze di Cana – perché mi è sembrato più attinente a noi in quanto parte di una comunità cristiana e in quanto messaggio che tocca tanti aspetti del nostro cammino formativo.

Il testo è più comprensibile se si connette con quanto segue dopo sulla diversità delle membra e l’unità del corpo (vv. 12 e seg.) e soprattutto con l’Inno alla carità del capitolo seguente, il tredicesimo.

E’ di una ricchezza straordinaria che tocca la nostra responsabilità personale nell’ambito della Chiesa, esige una condizione base che è l’umiltà, “ci costringe” a vivere in unione fraterna tramite la carità con tutti quelli che esprimono carismi, valori, atteggiamenti, esperienze diverse da noi; e tutto in funzione del bene comune. Nessuno è migliore degli altri, tutti sono importanti e, perché no?, anche necessari, per realizzare un fine comune che poi ridonda a vantaggio di ognuno.

Quando diversamente ci fosse, invece che umiltà, la superbia e si vivesse come se i nostri carismi fossero indispensabili e quelli degli altri fossero considerati insignificanti – mancando così anche di rispetto verso gli altri senza voler riconoscere le specifiche qualità – nascerebbero divisioni, fratture, incomprensioni, lacerazioni.

Ognuno di noi è unico, è importante, è indispensabile.

Ma anche gli altri lo sono: ciascuno nel proprio ambito, nel suo ruolo specifico, però ad utilità di tutti. Che alla base ci sia Qualcuno da cui dipende tutto è garanzia di riuscita, altrimenti le varietà dei carismi sarebbero disperse, sparpagliate, senza connessione. Spiego meglio. Direi quasi “a monte”, c’è un unico Spirito, un unico Padre, datore dei carismi, un unico Signore (Gesù) che elargiscono benevolmente ciò che può occorrere per il bene di tutti; “a valle” c’è un’altra cosa importante che dipende da noi: la carità, che raccoglie molto in sintesi i carismi, le esperienze, direi quasi “la messa in opera” dei doni di grazia, per l’utilità di tutti (non in termini materiali ma di vantaggio in ambito salvifico).

Non si insiste mai abbastanza a specificare che ogni dono è per il vantaggio spirituale della comunità o almeno per un bene non proprio ma sociale.

Per questo, tradirebbe la ricchezza del carisma ricevuto colui che lo “utilizzasse” per il proprio tornaconto. Tutto è dono: come è ricevuto, così deve essere gratuitamente dato. Chi se ne appropriasse, sfilaccerebbe la consistenza del tessuto ecclesiale.

Può servire un esempio di un fatto accaduto. Un ladro aveva rubato una famosa opera d’arte e se l’era messa dentro la sua camera da letto. Il maresciallo dei carabinieri, che poi recuperò la refurtiva, disse così semplicemente al ladro: “Vedi, quell’opera d’arte, in quella determinata Chiesa, veniva goduta da tutti, in una funzione non esclusiva. Quando tu l’hai rubata, hai tolto agli altri la gioia di ammirare una splendida bellezza e tu non hai mai potuto condividere con nessuno le emozioni procurate da quell’opera d’arte”. E così come ricapitolo di questo pensiero riaffermiamo: come è unico Dio che dona, così è unica la carità che permea la fruizione dei beni ricevuti, non a proprio vantaggio, che è di per di più egoistico – e come tale impoverisce, non arricchisce – ma per quello di tutti gli altri.

Quando i propri doni si mettono a disposizione degli altri, allora ognuno si arricchisce della ricchezza degli altri. E nemmeno c’è qualche carisma superiore a quello degli altri; è diverso, non superiore; ognuno ha il suo ruolo, la sua specifica fruizione, e tale che è insostituibile, inalienabile; di più: è così essenziale, per il bene comune che, se non ci fosse, questo sarebbe più povero, non completo.

Brevemente, vediamo quali sono questi carismi, questi servizi (i ministeri), le operazioni:

  • il linguaggio della sapienza:

è il carisma che ci dona il discernimento delle realtà soprannaturali; più precisamente: la conoscenza appropriata del progetto di Dio;

  • il linguaggio della scienza:

la scienza è la conoscenza esatta delle cose e di Dio (ciò che è relativo a Chi è l’Assoluto). Si acquisisce mediante lo studio, l’osservazione, l’esperienza, ma soprattutto con la preghiera;

  • la fede:

dono di Dio, per il quale il credente si getta completamente nelle sue braccia. Lui è degno di credibilità e quindi di fiducia;

  • il dono di fare guarigioni:

Gesù è il guaritore per eccellenza. Ma, con Lui, tanti suoi discepoli hanno ridonato la salute del corpo e dello spirito a tanti malati;

  • il potere dei miracoli:

la natura ha determinate, rigide, leggi. Eppure, per intervento divino, soprannaturale, queste vengono “superate”;

  • il dono della profezia:

non si tratta tanto di conoscere in anticipo gli avvenimenti futuri, quanto piuttosto saper parlare a nome di Dio con autorevolezza e credibilità,

  • il dono di distinguere gli spiriti:

conosciamo ciò che insegna S. Ignazio di Loyola sulle mozioni: quando nascono nella mia vita degli affetti, dei sentimenti, delle emozioni, mi devo chiedere: da dove vengono? Dal Signore? Dal suo nemico? Dalla mia natura umana? Una volta compresa la provenienza bisognerò integrarli o farli confluire verso il bene;

  • la varietà e l’interpretazione delle lingue:

l’arcano mistero di Dio viene espresso in modo mistico, anche se per chi ascolta, restasse incomprensibile. Per questo ci sono persone che “interpretano”, rendono chiaro quel linguaggio, per dono di Dio.

A questo punto, cercando di applicare l’esortazione, io direi che per noi diventa importante l’ascolto e accogliere la Parola che viene da Dio, altrimenti “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Il sacerdote può essere intermediario, filtro, ma ognuno diventa responsabile dell’accettazione o del rifiuto della Parola del Signore.

Autore dell'articolo: Redazione