II Domenica di Avvento – Anno C

Dal Vangelo secondo Luca                               (Lc 3,1-6)

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.

Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:

«Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!

Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

 

1.    La storia dell’umanità è fatta di personaggi che esercitano il loro potere, dominano il corso degli eventi condizionando le decisioni altrui, compiono azioni di culto a servizio di Dio, convinti che il filo conduttore lo abbiano in mano loro stessi.

Difatti se guardiamo la realtà con l’occhio dell’immanenza, sembra che tutto dipenda da questi protagonisti, eppure non è così:in un tempo determinato, in un luogo specifico, c’è uno scombussolamento totale: dal trascendente, dall’alto, piomba tra povera gente la Parola di Dio che non solo si confronta con i vari poteri del tempo, ma riesce a portare una novità di vita, una speranza, a quegli uomini di quel periodo,  e a dare un’impostazione e un significato nuovo alle generazioni future.

2.    Non è un pensiero di allora questo, e anche oggi ci poniamo questo problema: che cosa è che da significato a questa nostra vita terrena? Il nascere, il vivere e il morire, chiusi nel cerchio della vita terrena, non possono dare valore e significato alla grandezza e alle attese dell’uomo, che si aprono su dimensioni eterne: sarebbe troppo riduttivo se fosse così. Davvero “il significato del mondo è al di fuori del mondo” (Cfr. Wittegensthein).

La Parola di Dio, cioè la perennità della divinità, scende in mezzo alle varie problematiche umane e le lievita, le arricchisce di contenuto divino, perenne.

 

3.    Accanto a questo pensiero ne nasce un altro: la Parola di Dio, eterna, non si è fatta storica in un momento determinato e basta. Oggi la parola di Dioè per me attuale nella mia quotidianità, per questo anche la mia temporalità riceve una scintilla eterna e mi eleva a dignità perenne. L’uomo supera di gran lunga l’uomo, il contingente e il provvisorio non sono definitivi. Questa “canna pensante” pur nella sua fragilità è fatta ad immagine e somiglianza di Dio!

 

4. Giovanni, come farà poi Gesù, percorre tutta la regione del Giordano e predica un battesimo penitenziale, per il perdono dei peccati. Abbiamo dimenticato quest’aspetto penitenziale dell’Avvento: bisogna recuperarlo.

5.    La parola di Dio, nobile più della nobiltà di tanti imperatori, governanti, tetrarchi, sommi sacerdoti, arriva a questo sconosciuto uomo, a Giovanni, nel deserto.

Non nei palazzi del re, ma nel deserto, là dove c’è silenzio e solitudine, aridità e calura, freddo di notte e implacabile sole di giorno, paura della sconosciuta distesa di sabbia, ripari precari, al massimo sotto l’acacia ombrellifera di giorno, dentro una tenda eretta da 4 pioli di notte. L’abitazione non è stabile, ma provvisoria: oggi qui, domani lì, dove si trova un po’ di acqua o in un oasi per bere e rinfrescarsi. Il deserto affascina, ma è pericoloso, perché le infinite dune disorientano il cammino e solo i Nomadi accorti conoscono gli itinerari che portano alla meta.

Là si ascolta e si accoglie la parola di Dio: il cielo stellato, brillante di migliaia di stelle, ti parla di lui; e anche gli orizzonti infiniti, dove spesso erroneamente ti sembra di vedere un mare di acqua, ma è un’allucinazione, ti fanno pensare a lui.

Non c’è nessuno infatti su cui appoggiarti, su cui contare. Dio è al di sopra di te, e la sua compagnia dentro di te.

E non vedi l’ora di uscirne fuori, di viverne l’esodo, di varcare le soglie sabbiose, apprendendo a valutare con sapienza gli effimeri beni della terra, nella continua ricerca dei beni del cielo.

È così! Il provvisorio e l’incerto ti conducono al definitivo è stabile.

 

6.    Nel deserto si apprende, con la saggezza anche la verità sulla vita. È una delle prime nostre verità e l’umiltà. L’umiltà che ci fa conoscere come stanno veramente le cose. C’è tanto da lavorare dentro di noi:

a.      Il Signore sta per venire: dobbiamo preparare le strade. Quando un imperatore doveva visitare un luogo, c’erano dei responsabili che erano addetti a far preparare le strade, renderle più agevoli e più praticabili

b.      Origene fa vedere come simbolicamente noi dobbiamo appianare le montagne e le colline per riempire i burroni, cioè fare in modo che le nostre passioni vengano indirizzate per colmare i vuoti del cuore, gli abissi dello spirito, senza sradicare niente, ma indirizzarle verso mete nuove che possano sublimare tutte le nostre aggressività e portarle a valorizzazione a livello sociale e spirituale.

Abbiamo tante energie dentro di noi, ma spesso attendiamo che si essicchino, senza portare frutti fecondi, altre volte le usiamo per il male. Indirizziamole bene e  troveremo ragione per le nostre ricchezze e utilità per chi le riceve.

c.      Anche gli errori commessi, le strade tortuose (condotta sbagliata), possono essere corretti.

Il male commesso è un insegnamento di vita, è una grazia, è una nuova opportunità di miglioramento. Non è un uomo maturo chi non sbaglia, ma chi, pur sbagliando, fa tesoro del suo errore, per ricominciare daccapo.

Dovunque ci si trovi in questo cammino di vita e di “apprendimento cristiano”, c’è sempre tempo di chiedere scusa ed iniziare di nuovo il cammino. Tra di noi, quelli che stanno peggio non sono quelli che hanno commesso maggiori errori, ma quelli che hanno commesso pochi errori,  e orgogliosamente si ritengono giusti. Gesù non è venuto per questi, ma per i peccatori.

 

7.    E interessante l’ultima certezza: «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio». In greco, a dire il vero, si usa la parola sarx, cioè carne. In grammatica italiana, quando ci si riferisce alla parte per il tutto questa tecnica la si chiama metonimia.

Ma perché questo soltanto? Perché la sax indica fragilità, peccaminosità, limite, fragilità. Proprio a questo uomo fragile viene incontro il Signoreper salvarlo!

Autore dell'articolo: Redazione