II Domenica di Quaresima | A

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

(Matteo 17,1-9)

Dobbiamo premettere un fatto: qualsiasi definizione noi volessimo dare di Gesù, questa sarebbe essenzialmente riduttiva. Gesù è un maestro: ma non solo. Gesù è un guaritore: ma non solo. Gesù è un consolatore… comunicatore, un viaggiatore, un profeta, un capo spirituale… certamente. Ma è qualcosa di più. Oggi il Vangelo ci fa comprendere questo “di più” che è Gesù. Egli è il Figlio di Dio prediletto, «l’amato». La trasfigurazione rivela un Gesù che va “oltre” l’umano: e tale identità è avallata dal Padre che ne garantisce l’autenticità: è Dio come il Padre.
Questa verità non solo apre ai discepoli almeno uno spiraglio di comprensione della sua vera persona, ma dà anche giustificazione di ciò che aveva detto loro quando aveva affermato precedentemente che il Figlio dell’uomo avrebbe dovuto «soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno…» (Mt 16,21). Sofferenza e glorificazione sono la sua identità umano-divina.
Come il Tabor s’innalza maestoso, dalla pianura di Izreel, in tutta la sua imponente bellezza, così Gesù si staglia alto su Mosè ed Elia: Lui è il nuovo Mosé e questo monte è il nuovo Sinai che fa da sfondo a questa nuova realtà.
Quelli che avevano costituito nel passato dei punti di riferimento essenziali – la persona di Mosé e quella di Elia – ora devono fare posto a Lui. I profeti dell’antica alleanza gli fanno da preparazione e da contorno. Il centro è Lui.
Se la confidenza fatta a Pietro, Giacomo e Giovanni di dover passare attraverso la sofferenza e la morte prima di rivelarsi come Dio, ha generato nei discepoli prediletti incredulità e sconcerto, questa trasfigurazione – la parola greca direbbe: metamorfosi – (che sigilla e completa tutte le altre in modo solenne: la prima, era stata la sua nascita nascosta nella carne umana; la seconda, nel battesimo, quando il Padre lo chiama suo Figlio; la terza quando in croce il centurione, un pagano, rivela chi realmente egli sia: «Davvero costui era figlio di Dio!» (Mt 27,54) è l’evento così straordinario da far esclamare a Pietro: «Facciamo tre tende: una per te, una per Mosé, una per Elia!».
La voce di Dio, la luce delle sue vesti e lo splendore del suo volto, come fosse di sole (tutt’ora non si conosce il segreto dove Raffaello abbia trovato gli elementi per darci tanta vivacità di colore nel suo dipinto sulla trasfigurazione) non manifestano altro che ciò che Lui veramente è, qual è la sua reale personalità, a chi noi dobbiamo rivolgerci.
San Pietro molti anni dopo ricordando questo evento affermerà deciso: «Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte… (alla quale voce) fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori» (2Pt 1,18-19).

Non c’è bisogno di dire che ogni evento di Gesù, nella ricorrenza liturgica si attualizza, riannodandosi a quanto è veramente accaduto e superando spazi e tempi lontani, porti la grazia a quanti qui, ora, lo vivono, facendone memoria.
Cosa dice per me questa trasfigurazione, questa “metamorfosi”? Importante sapere che il contesto è quaresimale. Per questo ci soffermiamo per i propositi su un verbo significativo. Dice il Padre: «Ascoltatelo».
L’ascolto è uno dei momenti fondamentali del credente. “Ascolta Israele…” (Dt 6,4 segg.).
Ascolta il Signore che parla nel cuore: ascolta il fratello che grida e chiede aiuto.
Il Signore parla sempre e dovunque: ascoltarlo nel soffio del vento o nel rimprovero della coscienza o nella parola che divide perfino i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4,12). Ascoltiamolo scuotendoci dall’indolenza e dall’accidia.
L’ascolto esige silenzio, altrimenti non arriva il messaggio. C’è un digiuno che è quello della parola: si parla in modo anonimo, neutro, indifferente, inutile, spesso pettegolo, nocivo o offensivo. Chi tace, non ferisce, ne giudica una persona in disagio.
Diceva il romanziere Chesterton: “Nessuno può dubitare che i nove decimi del male fatto in questo mondo sono causati dal parlare”. Facciamo dunque silenzio nel cuore, ascoltiamo. Una volta che una parola è uscita dalla nostra bocca – pensiamo alla maldicenza e alla calunnia (ricordiamo l’episodio di San Filippo Neri che ad una donna che aveva calunniato dà l’ordine di spennare una gallina lungo la strada. Come poteva poi ritrovare le penne sparse in ogni dove? Così è la calunnia) – non si può cancellare: ormai ha fatto i suoi danni!
Lo diceva già lo stesso Confucio: “Lanciate le parole, nessuno riesce più a raggiungerle. Sono come frecce che colpiscono il bersaglio”.
Chi riesce più ad ascoltare il silenzio se il nostro cuore è nel turbamento? “Non in commotione Dominus“, diceva Sant’Agostino. Il Signore non si trova in un animo agitato, irrequieto. D’altronde, poiché siamo immersi in una società dove ci bombardano di messaggi, non sarebbe male rientrare in noi stessi e là ritrovare Dio. E sempre Sant’Agostino che ci esorta a farlo: “Non uscire fuori da te; rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la Verità. E se tu trovassi te stesso mutevole, trascendi anche te stesso”.
Sì, le raccomandazioni ci sono, ma chi le mette in pratica? Non credo sia lontano da questo insegnamento l’ammonimento severo di Gesù: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso? E che cosa darà l’uomo in cambio di se stesso?» (Mc 8,36-37)… Niente!

Questo Vangelo ci dice così dove dobbiamo incominciare il nostro itinerario quaresimale: da noi stessi, precisamente dall’intimo del nostro cuore.

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