Giona: racconto di una Chiamata.

Il piccolo libro di Giona può essere letto come un itinerario di discernimento vocazionale: infatti negli atteggiamenti di Giona possiamo riscontrare le diverse possibili risposte dell’uomo alla chiamata di Dio. «Fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore» (1,1). All’origine della chiamata di Giona c’è la voce di Dio che gli si rivolge, gli si fa incontro con la sua Parola. Così è anche nella vita di ciascun uomo: l’iniziativa meravigliosa di chiamare l’uomo a collaborare per un progetto bello di vita è sempre di Dio, è lui che gratuitamente e liberamente sceglie di coinvolgerci. E la parola che il Signore ci rivolge, come quella rivolta a Giona, non è gettata nel vago, anonimo gruppo umano, ma è indirizzata ad un uomo preciso, a me, a te: la Parola ci chiama via dall’anonimato e ci conferisce l’onore di un nome. Dio rivolge la parola proprio a Giona, ad un uomo concreto, singolarissimo, che non solo risponde ad un nome proprio, ma è arricchito dalla sua storia, dalla tradizione che lo precede e sempre lo accompagna: la parola fu rivolta a «Giona, figlio di Amittài». Dare il nome del padre non è un dettaglio senza rilevanza: il patronimico, nella brevità di una o due parole, riassume un senso, una storia, dispiega, nel presente in cui è detto, un intreccio mirabile di passato e futuro, un mondo ricchissimo di relazioni, di messaggi, di doni trasmessi ed ereditati. L’essere umano è sempre essenzialmente un epigono, cioè viene sempre dopo qualcun altro, che lo ha introdotto nella vita e gli ha lasciato la sua eredità; la consapevolezza di ciò è un elemento fondamentale nel discernimento vocazionale: per poter aprirsi ad un progetto, occorre riconoscere chi siamo e chi vogliamo essere, nell’orizzonte significativo della storia personale. Questo significa, evidentemente, non solo conoscere il proprio albero genealogico, ma anche, potremmo dire, saperne cogliere il frutto: quanto ci è stato trasmesso, quanto ci hanno insegnato, ciò che amiamo fare, le passioni che ci muovono, le cicatrici che fregiano il nostro viso e le ferite ancora aperte concorrono a “dare sapore” al frutto che noi siamo.

Se il riconoscimento di tutto questo è elemento fondamentale, non dobbiamo tuttavia rimanere bloccati nel nostro presente. La parola che Dio rivolge a Giona è infatti un invito a partire: «Alzati, va’ a Ninive, la grande città» (1,2). Giona è spronato dalla voce di Dio a lasciare il suo posto, se stesso, per dirigersi verso una meta precisa. Il Signore gli parla in modo diretto, non addolcisce inutilmente l’invito né ha interesse a ottenere il favore di Giona con grandi promesse, ma solo lo invita ad alzarsi. Se immaginiamo la scena di uno che stia comodamente seduto in casa sua, stretto alle sue certezze, e che venga improvvisamente esortato ad alzarsi, cioè a lasciare le sue comodità, facilmente comprendiamo da parte di costui un certo disagio, del disappunto. Perché lasciare un luogo sicuro per dirigersi verso orizzonti sconosciuti? Perché rischiare di perdere delle realtà solide per accettare un invito senza garanzie, per inseguire l’ombra di un sogno? Questi interrogativi si fanno ancora più duri se si tiene in considerazione che la meta che ci viene proposta potrebbe non essere quella che noi ci aspettiamo, o anzi, come nel caso di Giona, potrebbe essere un luogo da cui, con evidenza, è bene tenersi lontani. La meta che Dio prospetta a Giona è «Ninive, la grande città», la cui malvagità è salita fino a Dio; è la citta del nemico, del dominatore straniero. Ecco, allora, che «Giona, invece, si mise in cammino per fuggire […] lontano dal Signore» (1,3). Questo è il primo atteggiamento vocazionale che la figura di Giona ci permette di osservare: l’uomo, scoraggiato dalla grandezza della missione, contrariato dalla non corrispondenza tra i propri sogni e quelli di Dio, convinto di non voler lasciare le proprie sicurezze, tenta un cammino di deviazione e si allontana da Dio.

Il cammino di deviazione dalla chiamata, però, se all’inizio sembra essere la strada più ragionevole, ben presto si rivela come cammino di perdita di sé. Infatti Giona, “in fuga” dalla sua vocazione, comincia un percorso in discesa: scende a Giaffa (cfr. 1,3), imbarcatosi con dei marinai per fuggire a Tarsis scende «nel luogo più in basso della nave» (1,5) e, coricatosi, dorme profondamente (cfr. 1,5). Come tutti i percorsi in discesa, anche quello di Giona sembra facilmente praticabile; lo stesso Giona, magari, avrà pensato di trovarsi ormai “al sicuro” dalla sua chiamata. Ben presto, però, la strada in discesa porta al fondo, da cui è difficile poi risalire: scoppia infatti una tempesta, i marinai riconoscono in Giona la causa della sciagura in cui si sono imbattuti e decidono, su consiglio dello stesso Giona, di gettarlo in mare, dove il profeta viene inghiottito da un grosso pesce (cfr. 1, 7; 2, 1). Giona è così arrivato a toccare il fondo nella propria vita e si ritrova al buio, nel fondo del mare: «restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti» (2, 1). Le parole di Giona nel ventre del pesce sono molto suggestive: «Mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare, e le correnti mi hanno circondato; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati. Io dicevo: “Sono scacciato lontano dai tuoi occhi […]”. Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre» (2, 3-7). Quella descritta con queste parole che riecheggiano i Salmi è la condizione di chi si autoconfina lontano dagli occhi di Dio, nel tentativo di fuggire da lui, ovvero dalla pienezza della sua felicità. Come uscire da questo gorgo di tormenti in cui ci si è imbattuti in questa fuga disperata dalla propria vocazione? Il Signore stesso, dopo tre giorni e tre notti (cfr. 2, 1), libera Giona e lo risolleva dall’abisso in cui si è cacciato inseguendo l’illusione di facili cammini in discesa. Il momento di svolta perciò sta in questo incontro tra la grazia di Dio che risolleva l’uomo dalla sua fossa e lo riporta in vita, e il riconoscimento, da parte dell’uomo, della presenza di Dio al suo fianco sempre, nonostante il proprio tentativo di fuga. «Quelli che servono idoli falsi abbandonano il proprio amore» (2, 9): gli idoli falsi sono appunto le illusioni di felicità che l’uomo invano insegue, che lo seducono con la loro labile bellezza, ma che presto mostrano la loro miseria; chi scegliesse di vivere la propria vita inseguendo queste illusioni abbandonerebbe il proprio amore, lo sciuperebbe; al contrario, solo restituito a Dio questo amore non cade a terra sprecato.

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Autore dell'articolo: Amministratore