Chiamati alla missione, missionari per chiamata!

di Mattia Bahr, seminarista del I filosofia

Dal 14 al 17 aprile scorsi si è tenuto a Verona, presso il CUM (Centro Unitario per la cooperazione Missionaria tra le Chiese), il 60° Convegno Missionario dei seminaristi provenienti dai seminari di tutta Italia. È stata un’occasione di approfondimento sulla missione nella Chiesa, e di incontro fecondo tra ragazzi che, uniti dal medesimo desiderio, hanno condiviso suggestioni, aspettative e proposte.

L’esigenza della missione si fonda sulle parole di Gesù ai suoi: “come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Gli apostoli (cioè “gli inviati”), sentendo come primario questo appello di Gesù, fin da subito vi hanno risposto portando fino ai confini del mondo il Vangelo di Cristo, dando così vita alla comunità cristiana. Qui è il fondamento della missione. Come si nota, la dimensione missionaria non è tratto specifico o carisma riservato soltanto ad alcuni membri della comunità dei chiamati, ma è dimensione costitutiva di ogni vocazione nella Chiesa. Il bisogno di annunciare il Cristo, che nasce dall’essere innamorati di Lui, è la vera motivazione di ogni “viaggio” (sia propriamente, sia metaforicamente) missionario. È la stessa dinamica che si può leggere in quel dialogo, serrato ma di così ampio respiro, tra Gesù e Pietro (Gv 21, 15 ss), in cui Gesù stesso instaura il nesso da lì in poi inscindibile tra l’amore per Lui e la cura del gregge: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro? […] Pasci i miei agnelli!”. Sono questa esperienza personale di amore, questo incontro tra amanti, questa dilatazione del cuore (Sal 119, 32) ad alimentare lo spirito missionario.

Se l’appello alla missione è rivolto a tutti i chiamati, ciò è particolarmente vero per i presbiteri, i quali hanno ricevuto un dono che “non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza, « fino agli ultimi confini della terra » (At 1, 8), dato che ogni ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli Apostoli”(PO 10). Il sacerdote è, quindi, essenzialmente uomo di missione.

Si può ben comprendere quali siano le caratteristiche della missione volgendo lo sguardo al luminoso esempio della Chiesa delle origini. Anzitutto, il principio fondamentale è il riconoscimento del primato di Dio: è Dio che salva, non gli uomini mandati da Lui! “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro” (Mc 16, 20), “riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro” (At 15, 4): da questi due luoghi si evince chiaramente la consapevolezza degli apostoli di non essere che strumenti nelle mani di Dio, suoi mandati , e , com’è ovvio, “un inviato non è più grande di chi lo ha mandato” (Gv 13, 16).  Altro aspetto essenziale della missione è l’equilibrio tra azione e contemplazione: la missione comincia e finisce in ginocchio; necessita, per essere condotta con gioia, di una preparazione in preghiera, e richiede, al termine, la capacità di ringraziare in preghiera. Tutta l’azione missionaria respira di preghiera, senza la quale essa sarebbe asfittica; parimenti, una preghiera che non aprisse gli orizzonti del cuore al mondo sarebbe priva di frutto. In ultimo, la missione è nella Chiesa e per la Chiesa: il missionario non è un eroe solitario, che, pur con grande coraggio e intraprendenza, porti avanti da solo un progetto suo, ma deve inserirsi in un contesto ecclesiale, camminare con la Chiesa, per non cadere nell’autoesaltazione o nell’idiotismo.

In conclusione, la finalità della missione è la testimonianza. Il cristiano è perciò chiamato ad un atteggiamento di coerenza: un annuncio cui non segua una prassi ad esso conforme risulta privo di vitalità e di efficacia. L’autenticità è forse l’esigenza dell’annuncio oggi più urgente: il mondo, che si ostina a correre in modo confuso e de finalizzato, ha bisogno di vedere, toccare, far esperienza di vita piena e vera, che è la vita del Vangelo, secondo il suo stile, per usare un’espressione forte e molto significativa, “meraviglioso e, a detta di tutti, incredibile” (Lettera a Diogneto).