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1984 di George Orwell

di Andrea Lombardo, seminarista del secondo teologia

Ho letto il libro “1984” di Orwell nell’estate dell’anno 2000, mentre mi trovavo in campeggio. Le tante emozioni suscitate da questo libro resero quella vacanza veramente particolare. Promisi a me stesso che lo avrei riletto il più presto possibile.
1984 è un libro assolutamente coinvolgente e terrificante allo stesso tempo, scritto magistralmente da Orwell nel 1948. Ispirato dalle paure del ritorno dei totalitarismi nel suo periodo, il romanzo non emoziona tanto per il suo stile letterario, quanto per il suo valore in qualche modo profetico.
Viene descritto un mondo diviso in tre grandissimi Stati costantemente in guerra tra loro. La società di uno di questi Stati è governata dal Grande Fratello, che vede tutto attraverso telecamere poste ovunque e interviene attraverso la psico-polizia. La società descritta non può che essere cupa e desolante: in essa gli uomini vivono una solitudine irreversibile, sono alienati, martellati dagli spot radiotelevisivi trasmessi dall’unico Partito. Uno di questi recita ossessivamente: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. L’intera nazione è asservita al potere dispotico del Partito che la stravolge, cancellando il passato e creando ad arte tutti quegli espedienti che gli garantiscono di mantenersi in vita, come ad esempio l’invenzione della neo-lingua.
La sensazione che dà 1984 è quella di essere partecipe di ciò che accade, si ha come l’impressione di vivere gli stessi sentimenti provati dal protagonista, Winston Smith, che con la sua fidanzata Julia tenta di conservare i valori umani iniziando una silenziosa lotta contro il Grande Fratello.
La storia è intrigante e riesce a trasmettere, nonostante il finale provocatorio, un senso di libertà. Tuttavia, ciò che mi appassiona di 1984 è, come di dicevo sopra, la capacità di Orwell di essere attuale nonostante i sessant’anni passati. L’autore infatti riesce ad immaginare e descrivere tratti della nostra società, come ad esempio il tentativo di omologare i popoli sotto un unico modello sociale dominante, i poteri sovranazionali, la rinuncia alla privacy in nome della sicurezza, gli endemici stati di crisi che si perpetuano di anno in anno e le rassicuranti voci di avvenenti “giornaliste” televisive che parlano di promettenti dati sulla produzione, occupazione, crescita, concorrenza, efficientismo ecc.
Il lettore di 1984 sarà attraversato da sentimenti di inquietudine e angoscia che non lo lasceranno indifferente. Uno sguardo attento, dopo averlo letto, non potrà non interrogarsi e riflettere sul mondo circostante così incerto e ambiguo, come avrà fatto lo stesso Orwell a suo tempo. È un libro che vuole rianimare il nostro anemico senso critico e allo stesso tempo ammonire e mettere in guardia: lo consiglio a tutti.

FILUMENA MARTURANO

di Eugenio Terenzio, seminarista del II filosofia

Commedia in tre atti di Eduardo de Filippo – Napoli, 1946 .

Un’ opera di grande spessore,  densa di riferimenti alle molteplici e sottili dinamiche che animano l’umano, tanto che non senza fatica la si cataloga nel  genere di “commedia” nell’ambito del vasto panorama del teatro novecentesco. Filumena Marturano potrebbe, senza problemi, venir considerata  alla stregua di una “elegia alla vita” o assumere il ruolo da capostipite di un ideale e nuovo casato di “tragedie a lieto fine”.
Ad andare in scena è la decadenza della famiglia tradizionale di stampo medio-borghese, crisi inserita nel contesto più ampio di disfacimento generale, eredità delle Guerre mondiali e del profondo mutamento della società, tema molto caro al De Filippo.  A guisa di una mitica “eroina” forte, tenace, scaltra, con una personalità fortemente complessa, Filumena contrasta e provoca al medesimo tempo la rottura con gli schemi tradizionali. Ella è la convivente del facoltoso Domenico Soriano, da quasi trent’anni, dopo un passato di povertà e di prostituzione; è colei che non sa piangere, perché “si piange quando si conosce il bene e non lo si può avere”, e Filumena, il bene, non lo ha conosciuto mai. E’ la donna che non sa leggere, scrivere, non conosce le “leggi degli uomini” ma combatte strenuamente a favore delle sue leggi, ancestrali e moderne al tempo stesso: “i figli sono figli” sono tutti uguali,  da figli vanno trattati anche se illegittimi e privi della prerogativa di un cognome. “I figli sono figli” ammonisce la Madonna delle Rose dall’icona del vicolo S. Liborio, dopo che “si è vista affrontata” dalla tenace Filomena che le richiedeva un segno; sono figli, e non verranno uccisi “come hanno fatto le altre”. La battaglia della Napoletana culminerà nella battuta più celebre e coinvolgente di tutta l’opera: “I figli non si pagano”, dichiarazione catartica sulla natura incommensurabile della genitorialità, fatta di gratuità e di amore vero. Alla fine dell’ultimo atto, prima che cada la tela, Filomena saprà abbandonarsi  ad una emozione completamente nuova e gradevole: il pianto.  Ha ottenuto di farsi sposare dal Soriano, ha donato un cognome ai suoi ragazzi, ha realizzato la sua nuova famiglia, per quanto sui generis e fortemente in ritardo rispetto ai canoni ordinari. Filumena Marturano riuscirà a piangere e unitamente a lei lo spettatore, anche quello dal cuore più coriaceo.