Una coppia

di don Domenico Buffone, vicerettore VI anno

C’erano una volta, in un paese di questo mondo, due sposi il cui amore non aveva smesso di crescere dal giorno del loro matrimonio.
Erano molto poveri, ma ciascuno sapeva che l’altro portava nel cuore un desiderio inappagato: lui possedeva un orologio da tasca d’oro, ereditato dal padre, e sognava di comprare una catena dello stesso metallo prezioso; lei aveva dei lunghi e morbidi capelli biondi, e sognava un pettine di madreperla da poter infilare tra i capelli come un diadema.
Col passare degli anni, lui pensava sempre più al pettine, mentre lei aveva quasi dimenticato il pettine, cercando il modo di comprare la catena d’oro.
Da molto tempo non ne parlavano più, ma dentro di loro nutrivano segretamente il sogno impossibile.
Il mattino del decimo anniversario del loro matrimonio, il marito vide la moglie venirgli incontro sorridente, ma con la testa quasi rasata,senza i suoi lunghi bellissimi capelli.

“Che cosa hai fatto, cara?”, chiese, pieno di stupore.
La donna aprì le sue mani nelle quali brillava una catena d’oro.
“Li ho venduti per comprare la catena d’oro per il tuo orologio”.

“Ah, tesoro, che hai fatto?”, disse l’uomo, aprendo le mani in cui splendeva un prezioso pettine di madreperla.
“Io ho venduto l’orologio per comprarti il pettine!”.

E si abbracciarono, senza più niente,
ricchi soltanto uno dell’altro.

La pecora nera

di don Domenico Buffone, vicerettore VI anno

C’era una volta una pecora diversa da tutte le altre.
Le pecore, si sa, sono bianche; lei invece era nera, nera come la pece.
Quando passava per i campi tutti la deridevano, perché in un gregge tutto bianco spiccava come una macchia di inchiostro su un lenzuolo bianco: «Guarda una pecora nera! Che animale originale; chi crede mai di essere? ».
Anche le compagne pecore le gridavano dietro: «Pecora sbagliata, non sai che le pecore devono essere tutte uguali, tutte avvolte di bianca lana?».
La pecora nera non ne poteva più, quelle parole erano come pietre e non riusciva a digerirle.
E così decise di uscire dal gregge e andarsene sui monti, da sola: almeno là avrebbe potuto brucare in pace e riposarsi all’ombra dei pini.
Ma nemmeno in montagna trovò pace.
«Che vivere è questo? Sempre da sola!», si diceva dopo che il sole tramontava e la notte arrivava.
Una sera, con la faccia tutta piena di lacrime, vide lontano una grotta illuminata da una debole luce.
«Dormirò là dentro!» e si mise a correre.
Correva come se qualcuno la attirasse.
«Chi sei?», le domandò una voce appena fu entrata.
«Sono una pecora che nessuno vuole: una pecora nera! Mi hanno buttata fuori dal gregge».
«La stessa cosa è capitata a noi! Anche per noi non c’era posto con gli altri nell’albergo. Abbiamo dovuto ripararci qui, io Giuseppe e mia moglie Maria. Proprio qui ci è nato un bel bambino. Eccolo!».
La pecora nera era piena di gioia.
Prima di tutte le altre poteva vedere il piccolo Gesù.
«Avrà freddo; lasciate che mi metta vicino per riscaldarlo!».
Maria e Giuseppe risposero con un sorriso.
La pecora si avvicinò stretta stretta al bambino e lo accarezzò con la sua lana.
Gesù si svegliò e le bisbigliò nell’orecchio: «Proprio per questo sono venuto: per le pecore smarrite!».
Il racconto finisce qui.
Ma si dice che la pecora si mise a belare di felicità e dal cielo gli angeli intonarono il «Gloria»….

“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.  Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.
(Vangelo di Matteo  11, 28-30)