1. Costruttore di comunità

Il documento dei vescovi inizia con la citazione di Gv 21, 7: “È il Signore!”, il discepolo amato riconosce il Cristo. È dalla familiarità e dalla sequela del Signore che sgorga la vita sacerdotale. Gesù è infatti il centro e l’orizzonte di senso dell’intera vita umana: il cristianesimo è Sua sequela. Il sacerdote vive la sequela di Cristo nel servizio alla sua parrocchia. Essa è profondamente diversa da quella di pochi decenni fa, e l’evangelizzazione deve essere rinnovata per poter essere efficace oggi.

È importante allora un cambiamento – o meglio una vera e propria conversione – pastorale. Lo scopo è che la Chiesa, libera da condizionamenti, attui un apostolato dell’ascolto, capace di incontrarsi con la realtà concreta avendo volto di madre. Come può avvenire nel concreto ciò? Cioè il sacerdote come si comporta per incarnare nella sua vita quest’ideale di nuova evangelizzazione? Contemplando il Cristo si accosta alle persone con umiltà e gratuità. Tenendo equilibrio tra le due dimensioni: “egli è pronto a tenere l’orecchio nel cuore di Dio e la mano sul polso del tempo: perché, se la vita pastorale non mirasse all’incontro con Dio, resterebbe un affanno inconcludente; similmente, se la vita interiore non portasse ai fratelli, si risolverebbe in un’evasione” (p. 11).

Il prete è coinvolto in questa missione come membro del popolo di Dio (a tal proposito si tengano presente le indicazioni del Concilio Vaticano II): deve farsi promotore di un’ecclesiologia di comunione e corresponsabilità pastorale, elementi che gli vengono in aiuto contro la tentazione della solitudine e dello smarrimento. La corresponsabilità pastorale si attua in dialogo con i laici e i religiosi della parrocchia, cioè con i collaboratori pastorali, tenendo presente che essi stessi, come anche il presbitero, sono attori e ricettori pastorali.

In particolare il documento si raccomanda di prestar attenzione al rapporto:

  • con i giovani, proponendo esperienze di servizio che siano anche occasione per loro di verifica vocazionale;
  • con le famiglie, che è il luogo della concretezza dove è possibile ridimensionare le proprie difficoltà e sofferenza a confronto con la realtà;
  • con le donne, con uno sguardo non possessivo ma in una relazione autentica di stima sincera e rispetto della loro identità e genialità propria;
  • con le aggregazioni laicali, che non devono esser avulse dalla parrocchia ma collaborare con essa;
  • con i protagonisti del dialogo ecumenico e interreligioso.

Con il gruppo di lavoro abbiamo individuato degli spunti che il documento offre alla nostra formazione di seminaristi: come per il presbitero anche la vita del seminarista deve essere la sequela di Cristo, per noi incarnata nella vita in seminario. È necessario, per incontrare l’altro, una conversione personale, così che liberi da condizionamenti di ogni genere sia possibile attuare una relazione di ascolto capace di incontrarsi con volto fraterno. Nel concreto è necessario contemplare Cristo – curare dunque la vita spirituale – e incontrare il fratello – formazione umana – coordinando i due orizzonti senza assolutizzarli né separarli perché, se la vita di relazioni non mirasse all’incontro con Dio, resterebbe un affanno inconcludente; similmente, se la vita interiore non portasse ai fratelli, si risolverebbe in un’evasione (cfr. p. 11).

È da coltivare anche un’ecclesiologia di comunione nel senso che la comunità sia sintesi tra la pluralità e l’unità, come le membra nello stesso corpo, secondo l’insegnamento di San Paolo riportato dal documento per la vita parrocchiale, tenendo presente che le membra più preziose – qualora fosse necessario fare una gerarchia – sono quelle più deboli; e secondo il modello dell’armonia musicale tra le crome. Infine dalla concretezza cui il presbitero è richiamato dall’incontro con le famiglie, riteniamo importante un richiamo alla realtà nella vita in seminario, perché la vita non sia percepita ovattata o sotto una campana di vetro. Come strumenti per realizzare ciò abbiamo pensato alla famiglia, alla parrocchia e all’incontro con l’altro, identificandolo comunque come punto su cui lavorare e verificarsi costantemente.

I e II filosofia

Autore dell'articolo: Amministratore